di Giancarlo Tommasone

Una premessa: ogniqualvolta la camorra attacca Napoli e il singolo cittadino, bisogna ribellarsi, scendere in piazza e ribadire la lotta, senza se e senza ma, alla malavita organizzata. Detto ciò, la solidarietà espressa nei confronti di Gino Sorbillo, seguita dalla marcia partita dalla sua pizzeria in Via dei Tribunali, è assolutamente doverosa.

L’ordigno di fattura
artigianale
esplode nella notte
del 16 gennaio,
intorno alle due

Avvisato dell’episodio, Sorbillo si reca presso il suo locale e si rende conto di quanto accaduto. La bomba-carta danneggia il portoncino esterno della pizzeria, fortunatamente i danni sono contenuti, nell’ordine di qualche centinaio di euro. Evidentemente scosso da quanto avvenuto, è lo stesso pizzaiolo a rendere noto l’episodio, utilizzando i social. Posta una foto, che lo immortala mentre stringe un cartello, su cui c’è scritto: «Chiusa per bomba la pizzeria Sorbillo Gino (riapriamo presto)».

Si innesca, è naturale, un meccanismo
di massiva solidarietà, alimentato dal fatto
che Sorbillo sia un volto notissimo
nell’universo della gastronomia napoletana

Messaggi di vicinanza arrivano da ogni parte del mondo, con un inevitabile ed enorme ritorno anche in termini di pubblicità, per l’imprenditore. Fin qui è tutto chiaro, niente da eccepire, nemmeno sulle modalità attraverso le quali, Sorbillo, manager che fa proprio dell’utilizzo dei social uno dei punti forti, diffonde quanto è accaduto al suo locale. E’, secondo i primi riscontri investigativi, l’obiettivo del raid. Le cose cominciano a cambiare il giorno successivo, quando l’imprenditore apprende, che in effetti, la bomba, solo per un errore è esplosa davanti alla sua pizzeria, poiché era destinata alla famiglia Esposito, che vive nello stesso fabbricato che ospita il locale di Sorbillo, e che gestisce poco distante l’attività «Pizza e pummarola».

La telefonata
tra Sorbilo e il suo collaboratore:
«(la bomba) non era (destinata) a te»

Ad avvisare Sorbillo, è un suo collaboratore, che, relativamente alla dinamica e al reale obiettivo del raid, fornisce (il giorno dopo ai fatti) una versione che combacerà perfettamente con quella che verrà a galla, molto tempo dopo, in seguito alle indagini di polizia giudiziaria (e che emerge dal decreto di fermo, a cui sono stati sottoposti tre soggetti ritenuti legati al clan Mazzarella).

I tre rispondono
di estorsione
nei confronti proprio
della famiglia Esposito

La bomba, hanno accertato gli inquirenti, è stata lanciata sul balcone degli Esposito, ma per un errore di lancio è caduta davanti al locale di Sorbillo e lì è esplosa. A denunciare quanto accaduto, è la moglie del titolare di «Pizza e pummarola», che vincendo le rimostranze del marito, racconta tutto agli investigatori, che di conseguenza agiscono portando a termine il fermo dei tre. Tornando dunque al vero obiettivo dell’attentato, emerge sempre dalle indagini, che Gino Sorbillo sarebbe stato a conoscenza di non essere la vittima predestinata del raid, già il 17 gennaio.  A dimostrarlo anche una conversazione intercettata alle  16.39 di quel giorno. E’ la telefonata che intercorre tra Sorbillo e un suo collaboratore, tale Pasquale. «Non era a te», dice Pasquale. Al che Gino Sorbillo, chiede: «Non era a me?». «Eh (conferma che non era lui il reale obiettivo del raid, ndr). Perciò ti sto dicendo, ci vediamo da vicino». E Sorbillo ribatte: «Eh no, però fammi capire: ma scusa, che è? Hanno sbagliato?». Al che Pasquale risponde: «Eh! Eh! Eh! (…) Perciò ti sto dicendo: ci vediamo da vicino, eh, chiamami alle otto e ci incontriamo». Lo stesso Pasquale, parlando con una poliziotta, spiega la dinamica dell’accaduto. «No, non l’hanno posizionata, gliel’hanno buttata nel balcone (agli Esposito). E buttandola nel balcone è andata a finire… Ha preso un ferro, una staffa di ferro, un qualcosa, non ha saputo… La paura stessa del buttargliela ed è tornata indietro». Detto ciò, ribadiamo, Sorbillo apprende il giorno dopo, che non sarebbe l’obiettivo dell’attentato, ciononostante nulla fa per «spersonalizzare» l’indignazione popolare e soprattutto per «allontanarla» da sé ed estenderla all’intera città colpita dalla camorra. Chiarendo il concetto, non dice: guardate, l’obiettivo del raid non sono io, ma tutti i pizzaioli di Via dei Tribunali.

La pista dell’avvertimento dei razzisti,
per la foto in cui Sorbillo compare
con il volto dipinto di nero

Continua a intervenire sul tema, mostrando dei dubbi, ma solo sulle cause che avrebbero innescato il raid. Ipotizza, perfino, che potrebbe essere diventato obiettivo di un gruppo di razzisti, che gliela avrebbero fatta pagare per la foto, in cui il pizzaiolo compare con il volto dipinto di nero e il cartello con la scritta «Siamo tutti Koulibaly».

Sempre nel corso della sua personale ricostruzione del caso, Sorbillo, torna poi ad accreditare la pista iniziale, quella della camorra, affermando pure di avere un passato da carabiniere e che quindi, queste cose le capisce.

Facendo così, porge inevitabilmente il fianco a chi lo accusa di eccessivo protagonismo e di «strumentalizzare» l’episodio della bomba per evidente ritorno in termini di immagine e di pubblicità. Gli stessi «scettici» della prima ora, adesso, una volta che le indagini stanno ricostruendo dinamica e matrice dell’accaduto, sottolineano di aver avuto sempre ragione.

La telefonata
intercettata
tra il collaboratore
di Sorbillo
e la poliziotta

Del resto, il collaboratore di Sorbillo, Pasquale, quando parla con la poliziotta, dice pure: «Gino ha avuto 500 euro di danni e sta facendo un milione di euro di pubblicità». Pasquale rimarca un concetto espresso dalla agente, che in precedenza aveva affermato: «Ora hanno creato un macello. Questo Gino che sta cavalcando…». A proposito delle informazioni che Pasquale dà alla poliziotta, c’è da rilevare la singolarità relativa al fatto che il collaboratore fosse a conoscenza, un giorno dopo l’attentato, di particolari (matrice, obiettivo e finanche dinamica del raid) che le forze dell’ordine hanno scoperto solo in seguito e solo grazie alla denuncia delle vittime.  Tornando infine alle scorse ore, quando sono cominciati a comparire articoli di stampa che indicavano la famiglia Esposito, e non Sorbillo, come obiettivo dei camorristi, il pizzaiolo si è affrettato a scrivere sui social, denunciando «sciacallaggio» nei suoi confronti, e invitando gli internauti (a caccia di facili like), ad aspettare la chiusura delle indagini «prima di fare affermazioni demenziali». Sullo stato delle indagini, però Sorbillo fa un po’ di confusione. Vale a dire, sembrerebbe che si possano ritenere chiuse, quando è stato indicato lui come obiettivo, mentre sono ancora in corso, quando è stato accertato che l’obiettivo era in realtà un altro.

La camorra è il carnefice
e va sempre combattuta,
qualunque sia la vittima

A proposito poi dei famosi post di Sorbillo, ci aspetteremmo adesso, quello in cui esterna pubblicamente vicinanza e solidarietà alla famiglia Esposito. Alla quale potrebbe dedicare addirittura una pizza, del resto, è nel suo stile. Nel frattempo, anche relativamente all’ultimo capitolo di questa vicenda, che presenta aspetti ancora da chiarire, c’è da rilevare come abbia portato un nuovo consistente carico di pubblicità per il pizzaiolo, o artista della pizza che dir si voglia. Ma in questo, gli va riconosciuto, Sorbillo è maestro.