di Giancarlo Tommasone

C’è un video che in questi giorni rimbalza, con maggiore frequenza, sui telefoni cellulari dei componenti della famiglia Sequino, diffuso nelle chat dei gruppi WhatsApp. Ha un messaggio inequivocabile rispetto alla rivalità che esiste con l’altra cosca malavitosa, quella dei Vastarella, contro la quale, la compagine guidata dai boss Salvatore e Nicola, lotta per il controllo degli affari illeciti alla Sanità. Nella clip, di cui pubblichiamo dei frame, si vedono esponenti dei Sequino (alcuni dei quali sono stati arrestati nel corso dell’operazione scattata lunedì scorso) che festeggiano «alla faccia del nemico».

E’ estate, fa caldo, le persone immortalate
nel video mangiano, bevono vino, si divertono,
alcune sono evidentemente brille, ma non perdono
occasione per rintuzzare, anche a distanza, i loro rivali.

Del resto, ad agosto, è sempre meglio – per chi può farlo – allontanarsi dai vicoli. Troppo pericolosi, troppo vuoti, cambiare aria in massa, magari verso lidi calabresi, è consigliabile. E poi, è notorio, in quel periodo le pietre della Sanità diventano bollenti. Come nell’agosto del 2016, successivamente all’omicidio di Salvatore Esposito e Ciro Marfè. Quando dal carcere, come si evince dalla recentissima ordinanza, il boss Salvatore Sequino impose ai suoi uomini di restare uniti, di nascondersi in casa, provando a far «rilassare» il nemico, a fargli abbassare la guardia, per poi colpirlo.

Gli ordini dei vertici del clan venivano dettati agli affiliati non solo quando si svolgevano i colloqui in carcere, ma anche attraverso «l’inoltro di raccomandate», sottolinea il gip Emilia Di Palma nell’ordinanza, che ha portato all’arresto di 24 persone: 19 in carcere e 5 ai domiciliari.

Fra i destinatari delle raccomandante inviate
dallo zio detenuto (Salvatore Sequino, appunto)
c’è anche il nipote 22enne, Salvatore Pellecchia.

Quest’ultimo è il figlio di Silvestro, cognato dei fratelli Sequino, ritenuto elemento apicale della cosca. Secondo gli inquirenti, Pellecchia jr «pienamente inserito nelle attività illecite del clan, si occupa unitamente al padre, anche dei traffici di droga». Emblematici, poi, sono i contenuti della conversazione captata in carcere dagli investigatori l’undici maggio del 2016.
«Pellecchia Salvatore – annotano i magistrati – parlando con lo zio Salvatore all’indomani dell’arresto di Genidoni Antonio, riceveva da quest’ultimo precise indicazioni su Cepparulo Raffaele (capo della fazione dei Barbudos, ucciso a giugno del 2016), obiettivo predeterminato da eliminare. Il giovane nipote non solo riferisce allo zio dei colloqui avuti con Patrizio Vastarella, ma è portavoce all’esterno tra gli affiliati, delle raccomandazioni di Sequino Salvatore, preoccupato per la crescente possibilità di agguati».

Tra i compiti che gli sono affidati, annotano ancora gli inquirenti, ci sarebbe anche quello di provvedere alla distribuzione delle «mesate» agli affiliati, secondo le indicazioni del cugino Giovanni Sequino (detto Gianni Gianni, ’o chiatt o Doraemon), considerato l’alter ego in libertà del padre detenuto, Nicola. «Amore, fratello io me li ricordo i miei: 400 euro Biagino, 1.000 euro zio Totore, 200 euro Titina, 500 euro Cioccolata»; «il 10 si prendono tutti i soldi e si danno tutti in mano a chi li deve avere…», sono i «conteggi delle mesate» captati dagli investigatori.

Nel corso di una conversazione – intercettata in ambientale –
tra Salvatore Pellecchia e il padre Silvestro,
presso la casa di quest’ultimo, emergono
invece, dissapori rispetto alla gestione del clan
ad opera di Giovanni Sequino.

La conversazione verte sul recupero di una somma di denaro da tale Scellone. «Salvatore Pellecchia – annotano i magistrati – dal canto suo, intendeva agire per recuperare la somma di denaro, ma il padre Silvestro gli rammentava che il comando, quindi le decisioni, spettavano a Gianni, ossia a Sequino Giovanni “…Com’è? Scusa tu fai un reato… mica decidiamo noi. La comanda Gianni, non la comandi tu, scusa se parla Gianni puoi andare, è una cosa di Gianni che non vuole farvi andare, tu prendi e parti…”». Nel corso della stessa conversazione, Salvatore Pellecchia dice al padre: «Io adesso se fossi io, a Scellone lo ucciderei, a lui, alla moglie e pure ai figli».

Silvestro Pellecchia e il cantante Tony Colombo

Sul conto di Pellecchia jr riferisce anche il collaboratore di giustizia Rosario De Stefano. Riconoscendo, in foto, il soggetto, De Stefano dichiara: «Si tratta del figlio di Silvestro Pellecchia, detto “Pellecchiell” ed entrambi fanno parte del clan Sequino; sul loro conto ho già riferito e qui voglio solo aggiungere che il figlio di “Pellecchiell” si occupa per il clan dei cavalli di ritorno dei veicoli rubati o rapinati». Inoltre, il pentito Daniele Pandolfi indica Pellecchia jr «come affiliato del clan che aveva preso parte a “stese” contro gli uomini dei clan avversari».