(tratto dal libro «Nco – La vera storia dei cutoliani» – Collana I Cattivi)

Raffaele Cutolo nasce il 20 dicembre 1941 in una modesta famiglia, in un paesino del Vesuviano. Il padre, Giuseppe, è un contadino, un uomo tranquillo e con una grande fede religiosa tanto che in paese lo chiamano ’o monaco: muore quando Raffaele ha appena 9 anni. La madre, Carolina Ambrosio, è una donna di umili origini, fa la casalinga e si dedica alla cura dei figli.

Raffaele cresce in un contesto sociale per certi versi problematico come quello di Ottaviano, piccolo comune alle porte di Napoli, dove è difficile coltivare grandi ambizioni ma è facile averne sognando di evadere da degrado, disoccupazione e criminalità. Nel dopoguerra, la malavita inizia a proliferare anche in quelle terre ma è una delinquenza stracciona, incapace di guardare oltre i confini del proprio paesino, che sopravvive con reati predatori: scippi, furti e rapine. Raffaele frequenta la scuola del paese, consegue la licenza elementare e dopo poco interrompe gli studi per il lavoro. Ha voglia di guadagnare, di rendersi indipendente e comincia come apprendista nella bottega di un falegname, poi passa in quella di un fabbro.

Ben Gazzara interpreta Cutolo ne ‘Il Camorrista’

Ma non è quello il suo futuro: da grande non farà né il falegname né il fabbro. Si unisce a una banda composta da cinque compaesani ma l’evento che segna il suo ingresso nell’illegalità avviene il 24 febbraio del 1963. Raffaele, 22enne, si macchia di un reato grave: l’omicidio di un giovane di Ottaviano, Mario Viscido. Su questo episodio sono nate diverse interpretazioni e alcune leggende originate probabilmente dal film di Tornatore e da una certa aneddotica popolare, ma leggendo gli atti del processo si può ricostruire la dinamica e capire il movente. Quel giorno l’auto si ferma improvvisamente col serbatoio a secco, Cutolo la spinge a fatica verso la piazza principale di Ottaviano. Una ragazza è ferma a margine della strada e lui non può deviare il percorso, così le chiede di spostarsi ma lei, seccata, si rifiuta. Allora Cutolo si innervosisce e le dà uno schiaffo, davanti ai passanti, davanti alla gente del paese. Intervengono immediatamente due uomini, uno di questi è Mario Viscido. C’è una scazzottata, i due bloccano Cutolo e gli stringono una sciarpa al collo ma lui si divincola, riesce ad impugnare la pistola che aveva nella cintola e spara uno, due… sei colpi. Il corpo di Viscido si abbatte sull’asfalto, non si muove più. Cutolo scappa, poi viene arrestato, processato e condannato in primo grado all’ergastolo, pena che sarà ridotta a 24 anni di reclusione in Appello. Si ricorre anche in Cassazione, intanto trascorrono gli anni e nel maggio del 1970 Raffaele Cutolo ottiene la scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare.

Il carcere di Poggioreale

Quei sei anni trascorsi dietro le sbarre segnano, però, il suo ingresso nei ranghi della criminalità organizzata e gli valgono i primi consensi tra gli uomini d’onore, quelli che gli permetteranno di gettare le basi per la grande riforma della camorra in Campania e per la nascita della Nuova camorra organizzata. Nel carcere di Poggioreale Cutolo si fa ricordare per coraggio e voglia di emergere, e non esita a sfidare uno dei detenuti ‘di rispetto’, Antonio Spavone detto ’o malommo, anziano boss ed esponente della camorra del tempo, rinchiuso anch’egli nello stesso padiglione del carcere di Poggioreale. Spavone, però, non raccoglie il guanto di sfida lanciato da quel giovane spavaldo. Per Cutolo fa lo stesso perché quel suo gesto di lucida follia lo rende popolare tra i detenuti, e non solo. Si inizia a parlare di lui anche fuori dalle mura carcerarie, con un passaparola che accresce la curiosità. I nuovi arrivati a Poggioreale cominciano a rispettarlo come e più di Spavone, e a temerlo. Lo cercano per porsi sotto la sua ala protettrice e per ottenere consigli e suggerimenti sui piccoli traffici che gestiscono.

Quando la sentenza di secondo grado per l’omicidio Viscido viene confermata, Cutolo è già in libertà grazie alla decorrenza dei termini cautelari e già in fuga. La sua latitanza dura meno di un anno: il 25 marzo 1971 viene arrestato per caso da una pattuglia di carabinieri ad un posto di blocco lungo la strada tra Nola e Palma Campania. Cutolo è alla guida di una Giulia e corre a tutta velocità in senso vietato, i militari provano a bloccarlo e quando si accorgono che si tratta del noto boss non se lo lasciano scappare e usano anche le pistole. In strada si scatena una sparatoria, perché anche Cutolo non ha alcuna intenzione di farsi prendere. La sua fuga dura alcuni chilometri. Viene fermato e ammanettato. Si agita come un purosangue che non vuole essere imbrigliato, e per calmarlo sono necessarie le manette anche alle caviglie. Via radio si diffonde subito la notizia della cattura del boss latitante, i carabinieri della pattuglia avvisano il comando provinciale dell’Arma di Napoli e dalla caserma sfrecciano decine di gazzelle a sirene spiegate. La sera Cutolo viene portato in carcere, con un carico di accuse più pesante del primo arresto.

Ma lui, dietro le sbarre, si fa chiamare il professore, si dà l’aria di chi ha molte conoscenze e sfrutta tutto il suo carisma e la sua astuzia per coagulare a sé i consensi di malavitosi di provincia con poca cultura e meno stile di lui. Comincia così la scalata di Cutolo ai ranghi dell’alta camorra. Sa che il potere ha fascino quanto il denaro, non si risparmia né l’uno né l’altro. Si crea la propria corte di gregari e fiduciari, ad ognuno dà un ruolo creando una sorta di clan di detenuti e a tutti assicura protezione in carcere e promesse di guadagni una volta fuori. Usa i soldi per corrompere e ottenere favori, si dice che abbia usufruito in questo modo anche di comfort nella cella e di pasti raffinati. La reclusione sembra non essere di ostacolo ai suoi progetti, anzi paradossalmente, isolandolo, gli consente di muoversi in maniera autonoma, lontano – almeno per il momento – dalle rivalità e dal confronto con altri capi di camorra.

Cutolo trova la strada per l’affermazione di sé e riesce nella sua opera di aggregazione: il numero degli affiliati e di uomini, direttamente o indirettamente al soldo del professore, cresce in maniera esponenziale nell’arco di meno di un decennio. Si dice che dal carcere il boss sia riuscito a reclutare cinquemila uomini, un esercito. Il meccanismo è semplice: Cutolo detta leggi d’onore, stabilisce che chi sbaglia deve pagare, a suo modo si pone come garante di una ‘giustizia’ che fa sentire tutelati i deboli e gli emarginati, quelli che vivono sul confine della illegalità. Mantiene agli studi un giovane conosciuto in carcere, lo fa laureare in Giurisprudenza e lo nominerà, per diverso tempo, tra i suoi difensori di fiducia. Si preoccupa di fornire assistenza legale gratuita anche ai piccoli delinquenti, quelli che finiscono dentro per un furto, una rapina o una piccola estorsione. In cambio riceve il loro ‘rispetto’, la garanzia che saranno pronti a ricambiare, all’occorrenza, il favore ottenuto dal loro ‘protettore’. Il risultato è un effetto a cascata, che rompe gli argini di una malavita approssimativa e vorace, pronta a farsi la guerra per una tangente al salumiere o al piccolo bottegaio. Cutolo, invece, cerca di creare una struttura unitaria da proporre, e imporre, come legittima pretendente al trono della vecchia Onorata Società.

A lui, e probabilmente al suo metodo, si interessano anche i boss della ‘vecchia’ camorra che, per opportunità e interesse, riconoscono Cutolo come capo e il suo gruppo come influente organizzazione criminale. Grazie a questi legami, costruiti con pazienza e doti diplomatiche, il giro di affari del boss diventa vertiginoso e le alleanze si moltiplicano: dapprima con la Sacra Corona Unita pugliese, in seguito con la ’Ndrangheta calabrese (in particolare, con la cosca dei De Stefano), e ancora con le bande lombarde di Renato Vallanzasca e Francis Turatello, oltre che con la famigerata banda della Magliana di Enrico De Pedis e Franco Giuseppucci.

Franco Giuseppucci, capo storico della Banda della Magliana

Intanto Cutolo è in carcere, esce soltanto per presenziare alle udienze del processo. Nel 1975 si conclude quello sul conflitto a fuoco con i carabinieri che lo avevano arrestato quattro anni prima da latitante. I giudici della Corte d’assise del tribunale di Napoli, tenendo conto anche dell’esito di una perizia psichiatrica, lo condannano a 14 anni di reclusione per il reato di tentato omicidio, ma Cutolo, attraverso i suoi avvocati, ricorre in Appello e chiede di essere assolto perché “incapace di intendere e di volere”. Richiesta accolta dalla Corte d’assise d’appello che nel 1977 gli riconosce addirittura l’infermità mentale e ne dispone il ricovero in un manicomio giudiziario per almeno 5 anni. Cutolo si prepara, quindi, a lasciare il carcere.

L’opg di Aversa

La disposizione dei giudici viene eseguita qualche tempo dopo e il professore passa dalla casa circondariale di Poggioreale all’istituto Sant’Eframo di Napoli, dove si dice che non abbia sofferto molto la privazione della libertà se è vero, come hanno riportato le cronache del tempo, che avrebbe ottenuto una cella di lusso, telefono e colloqui poco sorvegliati con chi andava a fargli visita, tanto da poter persino gestire accordi commerciali con il Perù per un traffico di cocaina. A Sant’Eframo Cutolo trascorre pochi mesi, presto arriva il trasferimento nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa. E il trattamento riservato al boss, questa volta, non dà adito a voci su presunti favoritismi. Sarà forse questo che spinge Raffaele Cutolo ad un’azione rischiosa e plateale. Accade il 5 febbraio 1978, è una domenica di calma apparente. Cutolo aspetta che arrivi ora di pranzo, poi, intorno alle 15, mentre tutti sono incollati alla tv per le partite di calcio, fugge. “Mi allontanai, forse un po’ rumorosamente…”, dirà il boss in persona durante una delle tante interviste rilasciate anni dopo alla stampa. Non può fare tutto da solo: un gruppo di affiliati fa saltare il muro di cinta dell’ospedale giudiziario con una carica di tritolo. Il professore esce dalla breccia nel cemento armato mentre in aria echeggia il rumore degli spari di una mitragliatrice che sputa a raffica proiettili.