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di Giancarlo Tommasone

«E’ da sedici anni che sono in isolamento, da 34 sto in carcere», parole che saranno proferite spesso da Raffaele Cutolo nel corso dell’udienza perugina del 9 ottobre del 1998, udienza che lo vede deporre nell’ambito del processo per l’omicidio di Mino Pecorelli.

Il boss della Nco deve spesso tornare indietro
con la mente e cercare di essere preciso con le date.

Fa, in diverse occasioni, mente locale e corregge il contenuto di vecchie deposizioni rese sullo stesso argomento anni prima. Il periodo su cui vogliono fare luce avvocati e pm è quello della latitanza del «professore» di Ottaviano, principiata dall’«allontanamento» dall’ospedale giudiziario di Aversa e conclusasi con la cattura avvenuta ad Albanella, località in provincia di Salerno.

Si tratta di un lasso di tempo che va dal 5 febbraio
del 1978 al 15 maggio del 1979.

Un arco temporale importantissimo per la storia d’Italia e dei «misteri romani», poiché oltre all’omicidio Pecorelli (20 marzo 1979), in detto range, si consuma anche quello di Aldo Moro (9 maggio 1978).
«Io ho saputo un paio di giorni prima che lo uccidessero, dove nascondevano l’onorevole Moro», afferma Cutolo nel corso di una delle sue proverbiali uscite a effetto.
«Me lo disse il mio capozona a Roma, Nicolino Selis, che tra l’altro abitava nei pressi di Via Montalcini, dove effettivamente era tenuto nascosto il presidente. Selis mi disse se ero interessato a salvarlo. Dissi di sì, poi Vincenzo Casillo mi fece sapere che dovevamo starne fuori, perché questa era la volontà dei politici».
«Dei politici amici vostri?», si chiede a Cutolo. «Amici di Casillo, io non ho mai ritenuto amici i politici. Per quanto riguarda il fatto di Moro, mi sento comunque dispiaciuto, ho dei rimorsi, perché non l’ho aiutato. E mi sono sempre detto: non ho salvato Moro e invece ho fatto liberare Cirillo».

A Cutolo, durante quell’udienza, si domanda pure perché avesse chiesto più volte a quelli della banda della Magliana conferme sulle cause del delitto Pecorelli.

Secondo quanto riferito da Selis al boss della Nco, sarebbe stato proprio il gruppo dei romani ad uccidere il giornalista di OP. «Perché i (malavitosi) romani non sono proprio affidabili da questo punto di vista (sottintendendone la doppiezza, nda). Sono un po’ come i napoletani». Al che si contesta al boss: «Scusi, ma anche lei è napoletano».
«No – risponde Cutolo -, io sono Vesuviano. E poi ci sono i napoletani mafiosi che vendono la loro terra ai siciliani di Cosa Nostra», il riferimento è naturalmente ai Nuvoletta di Marano. Dopo aver chiesto al padrino della Nco se avesse conosciuto il boss di Portici, Luigi Vollaro, anche detto ‘o Califfo, e aver ricevuto risposta affermativa, gli si domanda ancora una volta del presunto rapporto tra Pecorelli e quelli della Magliana.
«Lo ripeto, venni a sapere che il giornalista era in ‘combutta’ con loro nel senso che i romani gli davano delle notizie per scrivere articoli e servizi giornalistici; poi però riportava tutto al generale Dalla Chiesa».
E anche Nicolino Selis parlava con Pecorelli? «Nicolino Selis non era romano, era sardo. E i sardi parlano poco».

(IV-fine)

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