di Giancarlo Tommasone

La camorra del centro storico, organizzazione particolarmente «liquida» e in continuo mutamento, riesce a sovvertire nuovamente le regole. Non più i figli che seguono le orme dei padri, bensì il contrario. Tutto ciò accade nella zona dei Tribunali, con l’avvento di quello che viene chiamato il «gruppo di San Gaetano», che, secondo gli inquirenti sarebbe solo un altro nome per indicare una evoluzione del clan Sibillo.

Il capo storico della omonima banda nata
tra San Biagio dei librai e Forcella, è stato ucciso
dai rivali (i Buonerba) nella notte del 2 luglio del 2015.

Si chiamava Emanuele ed è arrivato all’appuntamento con la morte a soli 19 anni. Dopo il delitto, la guida della cosca passa al suo braccio destro, il fratello Pasquale, fino a quando non lo arrestano. Killer del «branco emergente» è considerato il 21enne Antonio Napoletano, alias ’o nannone: anche lui si trova in galera, e ha già sulle spalle un attentato «importante» subìto e una condanna a 18 anni, rimediata a ottobre scorso (in primo grado) per l’omicidio di Luigi Galletta, vittima innocente della camorra.

Secondo la Procura, l’assassinio del meccanico
sarebbe stato commesso da Napoletano, in concorso
con Ciro Contini (nipote di Edoardo ’o romano).

Ma parlavamo di costanti sovvertite e di padri che seguono le orme dei figli, e allora andando a spulciare i nomi degli arrestati nell’ambito dell’inchiesta per le estorsioni ai soci della pizzeria Di Matteo, ci imbattiamo in due elementi; il primo si chiama Vincenzo Sibillo (52 anni), padre proprio di Pasquale e di Emanuele (assurto a primo «martire della Jihad dei vicoli»). Il secondo, di anni ne ha 46, è Giosuè Napoletano ed è il papà di Antonio, il nannone, appunto.

I due sono stati arrestati insieme al 24enne
Giovanni Ingenito, parente dei Sibillo,
e a Giovanni Matteo (di 27 anni).

Sembra uno scherzo del destino, ma non lo è, almeno per chi ipotizza che Sibillo e Napoletano senior siano subentrati nel clan al posto dei figli (uno ucciso, gli altri due in galera). Del resto sono personaggi con precedenti e spessore criminale considerati non particolarmente di peso nel circuito della camorra cittadina, e fino a qualche anno fa non sarebbero stati presi nemmeno in considerazione nel giro che conta.

Ma poi è successo qualcosa, è successo che il clan Sibillo,
quello che così si chiama dal nome di Emanuele,
ha cominciato a terrorizzare non solo i rivali,
ma i commercianti di tutta la zona in cui
ha agito e ha continuato a spadroneggiare.

Lasciando una eredità pesante, anche in virtù della paura che incute il «brand ES 17»: un «marchio» che conta nella gestione di alcune piazze di spaccio e del racket delle estorsioni. Il pizzo veniva chiesto senza sosta ai sette soci della pizzeria Di Matteo, e secondo le ipotesi degli inquirenti anche ad altri numerosi pizzaioli della zona.

Il locale in questione finisce sotto i riflettori nella notte a cavallo tra il 25 e il 26 febbraio scorsi, quando all’indirizzo della saracinesca della storica pizzeria, vengono esplosi nove colpi di arma da fuoco, di cui quattro centrano il bersaglio. Ma lo stato di assoggettamento alla paura da parte dei titolari risale, stando alle indagini, almeno al 2015: per restare tranquilli sono costretti a pagare quote settimanali, a fornire pizze e cibo gratuitamente, a subire la presenza di tavolate di malavitosi che mangiano a sbafo nel loro locale, a versare tangenti che arrivano pure a 10mila euro in occasione delle feste comandate.

A dettare modi e tempi delle estorsioni,
sempre secondo quanto ricostruiscono gli inquirenti,
in base pure al racconto fornito dalle vittime,
sarebbero proprio i due «padri d’arte»,
Vincenzo Sibillo e Giosuè Napoletano.

Tra le piste battute dagli inquirenti dopo il decreto di fermo emesso a carico dei quattro appartenenti ai Sibillo, c’è anche quella dell’imposizione «forzata» ai locali della zona, di cartoni per la pizza e di buste di plastica. Un racket, quest’ultimo, maggiormente strutturato e che potrebbe essere portato a compimento non solo in danno delle attività del centro cittadino, ma anche di quelle che si trovano in altre zone del capoluogo partenopeo.

Del resto non bisogna dimenticare che le pizzerie
sono entrate da tempo nel mirino
del ramo estorsioni della camorra.

Basti pensare ad esempio alla mozzarella che agli inizi del 2000 la famiglia Mazzarella imponeva ai locali che sfornavano il «piatto» simbolo di Napoli (e ai negozi di alimentari) di Santa Lucia, che potevano e dovevano acquistare il prodotto soltanto dalla cosca. Per la cronaca, il caseificio in provincia di Napoli, era stato letteralmente «espropriato», e non certo attraverso un decreto di ingiunzione, ai legittimi proprietari.