di Giancarlo Tommasone

Le regole per restare «fantasmi» sono poche, e vanno rispettate. La prima regola è il silenzio, ma se non si può fare a meno di parlare, è obbligatorio che si rispetti la seconda regola: il nemico non deve ascoltare. Il nemico sono le guardie che combattono i cattivi, quelli che fanno i milioni con la droga, che uccidono per difendere il racket, quelli che scappano e non devono farsi prendere: i Di Lauro, per esempio.

E’ una guerra che si combatte a colpi di tecnologia,
perché se c’è una cosa che più di ogni altra temono
i camorristi in fuga è l’attività di intelligence,
di spionaggio effettuata dalle forze dell’ordine attraverso sofisticati mezzi di intercettazione.

Maggiore è il periodo di clandestinità, maggiore sarà la paura di essere presi, si trasforma in patologia, finanche in paranoia, che se proprio non si riesce a curare, va almeno tenuta sotto controllo. Ma in che modo? La risposta viene dai collaboratori di giustizia e proprio dalle intercettazioni, che, nel corso degli ultimi anni, svelano l’attività di controspionaggio adottata dal clan di Cupa dell’Arco per proteggere i latitanti di alto rango, tra cui anche Marco Di Lauro, arrestato lo scorso 2 marzo dopo più di 14 anni vissuti da «imprendibile».

Le contromisure impongono prima di tutto il divieto
assoluto da parte dei fiancheggiatori di recare con sé
cellulari nel raggio di mezzo chilometro dal luogo
in cui è «appoggiato» il ricercato.

I telefoni vanno tenuti lontani, la regola impone di lasciare i dispositivi in auto, a debita distanza dalla «zona rossa» e fino a quando i modelli lo hanno consentito, di staccare la batteria prima di riporlo. Il secondo step è legato al cambio delle vetture, se ne devono utilizzare diverse non solo per ogni «missione», ma nel corso della singola manovra di avvicinamento all’obiettivo. Il principio è praticamente lo stesso che adottano gli investigatori durante i pedinamenti. Ogni covo per ospitare il latitante, deve essere scelto con cura maniacale e quando risulta essere sicuro al 100% va comunque «bonificato».

Per fare questo si utilizzano rilevatori di microspie. Questo tipo di azione rappresenta un classico per i clan di Secondigliano, i dispositivi si acquistano attraverso dei ganci che non si è mai riusciti a identificare.

Probabilmente si tratta di appartenenti (infedeli)
alle forze dell’ordine o addirittura, si ipotizza, di soggetti
vicini ad ambienti dei servizi segreti.

Persone che possono entrare in contatto con le aziende produttrici di sistemi di bonifica e rilevamento delle «cimici», ma anche di apparecchiature che sono capaci di annullare, in un raggio abbastanza ampio, i segnali elettrici provenienti da cellulari, microspie e radio. Uno di questi «giocattoli tecnologici», è stato accertato, lo acquista l’ex principe dei trafficanti di droga del clan Di Lauro, poi passato a guidare l’esercito degli Scissionisti: il boss Raffaele Amato.

’O Lello (come è pure conosciuto all’anagrafe di camorra)
compra un apparecchio del genere, del costo di 150mila euro,
nel corso di una fiera a Londra, aperta ai dirigenti dei servizi segreti di Israele, Germania e Stati Uniti.

L’utilizzo anche da parte dei Di Lauro di un dispositivo come quello che si aggiudica Amato, emerge da alcune intercettazioni allegate agli atti di informative di inchieste prodotte tra il 2005 e il 2008. Gli investigatori all’ascolto captano degli affiliati che «con elevata probabilità – annotano in fase di trascrizione dello sbobinato – stanno parlando di un rilevatore di microspie, sul modello di quelli in uso alle forze dell’ordine». Sono apparecchiature vendute a prezzi proibitivi, «importanti», come i latitanti di rango che il clan deve proteggere.