di Giancarlo Tommasone

Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’inasprirsi del fenomeno delle baby-gang che hanno imperversato in diversi quartieri di Napoli e hanno conquistato le prime pagine della stampa nazionale per le azioni scellerate messe a segno. Un rischio sempre da tenere nel dovuto conto quello dei gruppi di piccoli criminali che fanno della violenza – molto spesso gratuita – il loro credo malato. Di contro, assistiamo anche a un altro fenomeno dettato da un certo tipo di contrasto alle giovanissime paranze partenopee. E’ il caso ad esempio della mammy-gang, espressione coniata da Maria Luisa Iavarone, la mamma di Arturo, il 17enne che è stato brutalmente aggredito da un gruppo di 4 balordi in via Foria. Iavarone, docente di Pedagogia all’Università Parthenope, ha intrapreso una battaglia per la legalità che l’ha portata a presenziare a diverse manifestazioni e a marce e a focalizzare l’attenzione dei media. La lezione, giustissima nella sostanza, ultimamente ha però peccato nella forma e rappresenta un’arma a doppio taglio, per due motivi fondamentali. Il primo è quello che la sovraesposizione possa rendere antipatica non solo la donna, ma anche la sua battaglia; il secondo è rappresentato dal fatto che si possa svilire il senso di una lotta nata secondo ideali nobilissimi. Per esempio, ci potremmo chiedere come un’opinione pubblica non particolarmente attenta e sensibile al tema, possa giudicare la sua comparsata alla presentazione di un evento di Liberi e Uguali a Napoli; oppure che attinenza abbia con la battaglia per la legalità, una pagina fan Facebook a lei stessa intestata, in cui campeggiano le interviste rilasciate dalla docente. E’ vero, viviamo nell’era del web e della comunicazione, e parlare di baby-gang e di quanto siano pericolose per la città e per la gioventù partenopea, deve essere fatto. Serve a combatterle e a sconfiggerle. Il rischio strisciante è di trasformare una giusta battaglia di civiltà e di legalità in una personalizzazione, magari non voluta, di un singolo.