di Giancarlo Tommasone

Cambiano le modalità della strategia del terrore e delle azioni portate a termine dai «soldati del Daesh». Alle bombe fatte esplodere tra la folla, ai kamikaze e al fuoco dei kalashnikov, si starebbe preferendo l’utilizzo di altre tecniche, parimenti letali e distruttive. La prima è la «car jihad», con furgoni, camion o auto; poi l’uso del coltello (tecnica adottata, ad esempio, in Palestina da diversi mesi); infine, l’avvelenamento dei pozzi e degli acquedotti.

Proprio una di queste modalità, quella della «car jihad» avrebbe potuto portare morte e disperazione all’ombra del Vesuvio. Ma il pericolo c’è ancora e non era mai emerso, in tutta la sua gravità, come in questi giorni

Un rischio concreto, infatti, quello di un attentato dell’Isis a Napoli e nella sua provincia. Ne sono convinti i magistrati che si occupano delle indagini che hanno portato all’arresto del gambiano Alagie Touray. Il 21enne è accusato di essere un potenziale «martire» dello Stato islamico, uno che avrebbe potuto mettersi alla guida di un’auto per compiere una strage. Sotto la lente degli inquirenti la rete costituita da una ottantina di contatti, emersi dall’analisi delle applicazioni di messaggistica Telegram e Whatsapp, utilizzate dal gambiano.

Sotto la lente i contatti dell’aspirante martire

Si tratta di utenze di italiani, africani ed europei. A cui i carabinieri del Ros e gli uomini della Digos stanno cercando di dare un nome e un volto. Del rischio concreto di un attentato e dell’esistenza di un «circuito napoletano» è convinto il giudice delle indagini preliminari Isabella Iaselli. L’inchiesta è coordinata dal procuratore aggiunto Rosa Volpe, che «supervisiona» il pool dell’Antiterrorismo. Si cerca di iniziare dai particolari, dagli atteggiamenti espressi da Alagie Touray all’atto dell’arresto. Touray è stato bloccato all’esterno della moschea di Pozzuoli alcuni giorni fa e interrogato.

Il video col giuramento di fedeltà al Califfo Al Baghdadi

Del progetto di lanciarsi con un’auto sulla folla, il 21enne richiedente asilo, ha parlato in maniera spontanea. I riflettori sul giovane del Gambia si erano accesi, a causa del suo giuramento di fedeltà al Califfo Al Baghdadi e di altri elementi che indicavano una sua radicalizzazione. Quel video (la clip col giuramento) ha detto di averlo girato «per gioco». Poi ha aggiunto: la richiesta di lanciarsi sulla folla con un’auto in corsa, gli sarebbe arrivata da un suo connazionale, tramite un messaggio su Telegram. Per immolarsi alla causa del Daesh, ha dichiarato agli inquirenti, gli sarebbero stati offerti dei soldi, ma lui, ha affermato ancora, non avrebbe mai compiuto un gesto del genere.

Carabinieri presidiano il Santuario di Pompei

Al vaglio i investigatori e magistrati  ci sono altri video, in cui il giovane «interagisce» con propri contatti. Rappresentano una delle piste battute per giungere ai componenti della rete di Touray. Resta il mistero di dove sarebbe stato compiuto l’eventuale attentato. Nessuna zona è esclusa, né della città, né della provincia napoletana. Naturalmente, non appena sono emersi i particolari dell’ammissione del 21enne, la memoria è andata subito a Pompei, all’episodio che ha avuto come protagonista, alla fine di marzo scorso, l’algerino intercettato a bordo di una vettura, nell’area pedonale che immette al Santuario della Vergine.