Il quartiere di Pianura è il lato mancante del triangolo della malavita che lo unisce a Soccavo e Fuorigrotta, dove – fin dagli anni Ottanta – ha prosperato una criminalità violenta e a tal punto spregiudicata da mettere in atto vere e proprie tecniche di guerriglia urbana per annientare i rivali.

Angelo Cuccaro
Angelo Cuccaro

È a Pianura, infatti, che – per la prima volta – la camorra utilizza un bazooka in un attentato. È il 3 ottobre 1998, quando un commando, composto da uomini dei clan Marfella e Cuccaro, indirizza il mirino di un lanciagranate verso la villetta dove vive Vincenzo Lago, fratello incensurato dei boss. Per un errore di puntamento, però, il proiettile, della lunghezza di trentacinque centimetri, sfonda il cancello di ingresso e squarcia un albero, senza provocare danni alla struttura e, soprattutto, alle persone che la abitano.

Il boss Pietro Lago
Il boss Pietro Lago

Dalle indagini, si scoprirà che l’obiettivo era il padrino Pietro Lago, che si trovava a bordo della sua Mercedes blindata all’interno del parcheggio della villa. L’intenzione era di sventrare la corazza della vettura e di ucciderlo con i kalashnikov acquistati, qualche settimana prima, da un trafficante russo. Un po’ come accadrà, nel 2004, al boss della ’Ndrangheta calabrese, Carmine Arena, dapprima tramortito con un colpo di bazooka mentre si trova alla guida della macchina super-protetta e successivamente ammazzato con i fucili mitragliatori all’interno dell’abitacolo.

L'omicidio del boss della 'Ndrangheta, Carmine Arena
L’omicidio del boss della ‘Ndrangheta, Carmine Arena

Un’azione che non lascia scampo alla vittima.

Ma questa storia ha un particolare curioso, emerso nel corso del dibattimento in Corte d’assise contro le organizzazioni di Pianura e di Ponticelli: prima dell’attentato, c’era stata una sorta di prova generale nella zona controllata dalla famiglia Formicola, in via Taverna del Ferro, a San Giovanni a Teduccio. Solo che, per evidente mancanza di esperienza con armi di quel tipo, l’attentatore aveva sbagliato a imbracciare il lanciagranate e il proiettile, invece di uscire davanti, era esploso all’indietro, finendo per sfondare un muro di un vecchio e fatiscente palazzo alle sue spalle.

E ancora: nel luglio del 1999, una bomba – piazzata sotto una “Peugeot 305” station wagon, parcheggiata a poca distanza dall’abitazione di Pietro Lago – scoppia, distruggendo l’auto e mandando in frantumi i vetri di un intero palazzo. La vettura era di proprietà di un inquilino dello stesso stabile in cui viveva il boss.

Come gran parte delle organizzazioni della città, anche i Lago nascono come appendice della Nuova famiglia. Nel marzo del 1982, per la prima volta si fa riferimento all’organizzazione di Pianura in relazione a un piano stragista, organizzato dai cutoliani nel carcere di Poggioreale, che avrebbe dovuto far saltare in aria con l’esplosivo le celle di alcuni affiliati rivali. Tra questi c’era anche l’allora 26enne Carmine Lago, detenuto per omicidio a scopo di rapina.

L’arresto del boss Pietro Lago

La protezione della famiglia Nuvoletta di Marano offre ai Lago la possibilità di crescere e di stringere alleanze anche con il gruppo di Peppe Misso, come dimostra un sequestro di armi del 23 agosto 1991 proveniente da un deposito del rione Sanità che avrebbe dovuto essere impiegato nella guerra contro i Puccinelli del rione Traiano. L’arsenale era composto da due pistole, un fucile a canne mozze e un mitra, oltre a un migliaio di munizioni.

Giuseppe Misso, ex ras del Rione Sanità
Giuseppe Misso, ex ras del Rione Sanità

Il potere della cosca viene seriamente messo in pericolo, negli anni Novanta, con l’entrata in scena dell’Alleanza di Secondigliano e delle bande ad essa collegate, che allargano il fronte di guerra nell’area ovest anche agli scissionisti del clan Mariano dei Quartieri Spagnoli e alle famiglie Perrella e Cocozza del rione Traiano.

Ciro Mariano
Il boss Ciro Mariano

Il teatro dello scontro è enorme e arriva fino a Bagnoli, dove i Lago cercano inutilmente di infiltrarsi sia in vista dei lavori di riqualificazione dell’ex area Italsider sia per moltiplicare il numero di commercianti e imprenditori sotto estorsione.

Più fortunato tentativo di espansione si realizza, invece, a Fuorigrotta, dove si salda una collaborazione con il clan Baratto per la divisione delle mazzette pagate dai costruttori e dagli imprenditori vincitori degli appalti per i mondiali di calcio “Italia90”.

Ma, a causa delle inchieste della magistratura e delle faide contro i Contino prima e i Marfella poi, che riducono sensibilmente il numero di risorse e di uomini a disposizione, alla fine anche i Lago rinunciano al proposito iniziale di non trafficare eroina e cocaina e, a metà anni Novanta, sguinzagliano spacciatori e vedette tra Soccavo e Pianura, che assicurano affari d’oro e garantiscono alla cosca le provviste finanziarie necessarie per portare avanti la battaglia per la supremazia del territorio.

Giuseppe Contino
Giuseppe Contino

Così, cambiano ancora una volta gli assetti criminali in zona e i nemici da affrontare: i Contino stringono un’alleanza con l’emergente clan Varriale – che ha preso il posto del gruppo di Ciro Grimaldi, a Soccavo, attuando fino a quel momento una strategia di non belligeranza – e lanciano un’offensiva feroce contro il clan Lago, che si avvale della partecipazione finanche di un ex collaboratore di giustizia che, in cambio della protezione della camorra, torna a uccidere. Il nome del pentito è Vincenzo Reder. Allontanatosi dalla località protetta, dopo aver perso il programma di protezione, e trasferitosi di nuovo a Napoli, l’uomo viene avvicinato dai killer delle due famiglie e obbligato a ritrattare le dichiarazioni d’accusa contro capi e gregari. In cambio, gli viene prospettata la possibilità – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico dell’uomo, firmata dal gip Domenico Zeuli – di «tornare in sede» e di «riprendere contatto con gli ambienti malavitosi». Un ritorno in servizio che però finisce vincolato a una prova di fedeltà: l’assassinio di due esponenti del clan Lago, Giuseppe Varriale e Raffaele Galliano, che muoiono in un agguato sulla Tangenziale nel 1998.

Reder aveva perso la tutela dello Stato per aver acquistato una scheda sim per cellulare utilizzando il proprio nome e non quello di copertura. Senza più alcun appoggio, è costretto per necessità a riannodare i rapporti con il suo sodalizio criminale di appartenenza e a chiedere l’immissione in ruolo. In una telefonata intercettata, uno dei killer dice a un complice, a proposito dell’incontro con l’ex pentito: «Deve succedere questo servizio… (l’agguato, secondo i giudici, ndr)… Le schifezze che hai combinato, io gli dissi: ma come, non ti dovrei rivolgere manco più la parola e lui disse: lo so…».