di Giancarlo Tommasone

L’imprenditore di Casapesenna, Nicola Diana, è stato arrestato lo scorso 15 gennaio, insieme al fratello Antonio e allo zio Armando; l’accusa nei loro confronti è quella di concorso esterno in associazione di stampo mafioso. Sempre Nicola Diana, il 26 febbraio del 2016 si era presentato spontaneamente davanti al pm per rendere dichiarazioni. Nel corso della seduta ammise di aver versato somme di denaro a Michele Zagaria, perché quest’ultimo gli avrebbe imposto il pagamento di una estorsione.

Circa 30mila euro l’anno, che avrebbe pagato
fino al 2003/2004, salvo poi precisare che tale
somma sarebbe stata versata fino al 2009.

Nel faldone dell’ordinanza relativa ai tre imprenditori di Casapesenna, il gip fa notare che «nonostante lo sbandierato impegno per la legalità, mai lui (Nicola Diana) e/o i suoi familiari hanno denunciato tali illecite richieste». Gli inquirenti fanno un’altra riflessione sulle cause che avrebbero portato i Diana a versare le quote annue al clan e nello specifico caso a Michele Zagaria.

Diana parla di estorsione imposta dal boss capa storta,
ma la fabbrica degli imprenditori
(conosciuti pure come «repezzati») si trova
a Gricignano d’Aversa, quindi nel territorio
di competenza della fazione Russo-Schiavone.

«Delle due l’una – sottolinea il gip -, o i Diana erano vittime di estorsione, e in tal caso la somma del pizzo andava pagata alla fazione Russo-Schiavone (e non agli Zagaria), o vittime di estorsione non erano e il pagamento veniva posto in essere per sovvenzionare il clan». C’è da dire che relativamente alla circostanza del pagamento della quota, richiesto, ma non effettuato al gruppo Russo (che faceva appunto riferimento agli Schiavone), acquista particolare importanza il racconto del collaboratore di giustizia Orlando Lucariello.

Secondo le sue dichiarazioni e le deposizioni di altri pentiti, e stando a quanto ipotizzano i magistrati, i Diana non avrebbero pagato il pizzo perché in alcune loro attività, e in particolare in quella della fabbrica di Gricignano d’Aversa, ci sarebbero state partecipazioni di Michele Zagaria in persona.

Quote annuali, sarebbero state poi pagate a Zagaria,
ma solo per assicurarsi la protezione, nel caso
in cui qualche altra cosca avesse avanzato richieste.

Ma sui presunti legami tra clan dei Casalesi e imprenditori, ha reso dichiarazioni anche il collaboratore di giustizia Nicola Schiavone, figlio di Francesco detto Sandokan. Nel verbale di interrogatorio del 17 ottobre 2018, Nicola Schiavone (che ha retto il clan dal 2004 fino all’anno del suo arresto, il 2010) «ha confermato che la zona di Gricignano d’Aversa era di competenza della fazione Russo-Schiavone».
Ma il pentito riferisce pure che «nella zona di Gricignano d’Aversa vi erano imprenditori i cui riferimenti erano Antonio Iovine e/o Michele Zagaria e in tali casi – come nel caso di specie – il referente era solito versare somma al gruppo territorialmente egemone quale forma di “riconoscimento”».

Nicola Schiavone, sottolineano i magistrati,
dice di sapere chi fossero i «repezzati» (i Diana)
e che si trattava di imprenditori legati prima
a Vincenzo Zagaria e poi a Michele Zagaria.

Il gip scrive nell’ordinanza che le dichiarazioni rese da Nicola Schiavone confermano importanti aspetti, vale a dire che «gli imprenditori Diana, genericamente intesi, passarono dall’influenza di Vincenzo Zagaria a quella di Michele Zagaria; (si evincono) il “contesto” e i rapporti tra gli imprenditori, vicini al clan e le diverse fazioni del clan dei casalesi, che coincidono con quello che emerge anche dalle dichiarazioni degli altri collaboratori».