Provò dolore solo quando gliela sfilarono dalla coscia. Con la lama nella carne, avvertiva appena un leggero bruciore.
Careca si era sentito abbracciare da dietro, e pensava che fosse l’amico che voleva trasmettergli tutto il suo entusiasmo per la serpentina di Higuain che, seminati due difensori della squadra avversaria, aveva quasi sfondato la rete dall’altezza del calcio di rigore con un missile terra aria che aveva fatto esplodere lo stadio. Careca si era sentito abbracciare da dietro e lì per lì non aveva prestato troppa importanza alla faccia da maiale che gli sorrideva a destra, mettendo in mostra due incisivi molto ben distanzati; e a quella di un biondino che lo scrutava a sinistra con il grugno arrabbiato.

Più che abbracciarlo – ma se ne accorse solo dopo, quando volle saltare per il gol – ‘o Bisonte e ‘o Drogato lo tenevano fermo. Impedendogli di muoversi. Era solo tra migliaia di persone che applaudivano quella maglia azzurra che correva pazza di gioia nel campo verde. Fu allora che, fissando gli occhi spiritato del grassone, Careca capì. E li riconobbe. La lama gli trapassò la coscia tre volte. Zac, zac, zac. E, a ogni affondo, l’animale con la faccia da scemo rideva un po’ di più. Per un attimo, Careca sentì qualcosa di duro contro il jeans. E pensò che quel chiattone si fosse eccitato a infilzarlo e a vederlo soffrire.
La vittima si lasciò andare afflosciandosi nelle braccia dei due aguzzini. Tutt’attorno la gente ballava e cantava. Nessuno si accorse di quello strano intreccio di corpi. La Curva ripeté per otto volte il nome Gon-za-lo Hi-gua-in al ritmo dello speaker, e prima del nono e ultimo boato, Careca si ritrovò accovacciato ai piedi dei sediolini rossi con mezza gamba sfregiata e il jeans bagnato di sangue e piscio.

Il pugnalato vendeva il «fumo» allo stadio San Paolo per i «Barbutos». Insieme ad altri tre ragazzi – lui aveva ventisette anni, e se n’era fatti già sei di galera – aveva avuto l’autorizzazione dei capi del tifo organizzato di allestire una piccola piazza di spaccio durante le partite in casa. In cambio, i pusher pagavano una tangente in denaro o in stecchette di hashish agli hooligans. Lo stadio, a Napoli, è una realtà a parte. Lì nemmeno la volontà di Mosé e degli altri boss era legge. I veri padroni delle Curve erano quelli come Genny ‘a Carogna, l’ultrà della trattativa durante la finale di Coppa Italia, a Roma, tra Napoli e Fiorentina. Pochi minuti prima del fischio di inizio, un pazzo giallorosso aveva ammazzato con un colpo di pistola il povero Ciro Esposito, in trasferta nella Capitale per seguire il club partenopeo. Genny si sostituì al Questore e al Prefetto della Capitale tenendo sotto controllo i suoi, che volevano mettere a ferro e fuoco l’«Olimpico», e diede il benestare alla continuazione del match in un colloquio faccia a faccia con Marek Hamsik ripreso da tutte le telecamere d’Europa. Genny ‘a carogna per una sera era diventato Genny ‘o Misericordioso.

Non corse pericolo di vita, Careca. Gli furono sufficienti venti giorni di prognosi e tre mesi di fitte alla coscia al primo rannuvolarsi del cielo per guarire. I due che lo avevano accoltellato svanirono nella calca dei festeggiamenti ma lui non lanciò l’allarme. Se ne stette zitto, con la mano premuta contro la ferita e solo dopo, con la palla tornata a centrocampo, chiese aiuto ai compagni. Sapeva, Careca, come funzionano queste cose. E un po’ se l’era pure cercata, dovette ammettere. Prima delle coltellate, si era visto con Abdul e Capauciello. Volevano farlo passare dalla loro parte. Lui gli aveva riso in faccia e aveva rifiutato perché, secondo la sua esperienza, i «colombiani» non sarebbero mai riusciti a battere i «Barbutos». Chiedergli di tradire il vecchio padrino non era pensabile perché Mosé gli faceva fare tanti soldi con la droga allo stadio, e loro erano appena un gruppo di ragazzini sfrontati con tante belle idee per la testa ma senza futuro, se non come appendice del clan di Mosé appunto. Gli erano simpatici, però. Per questo, li rassicurò Careca, non avrebbe detto a nessuno di quell’incontro. Li avrebbe risparmiati. I «colombiani» ricambiarono la cortesia. Per l’occasione, ‘o Drogato usò il fratellino più piccolo del suo «Combat ready» da 24,8 centimetri; appena la metà. Dodici centimetri precisi precisi. Un tagliaunghie, insomma per i suoi gusti.
I «colombiani» non avevano paura di niente.

Gli amici caricarono Careca a braccia in un’ambulanza e lo portarono da un «San Paolo» all’altro; dallo stadio all’ospedale. Per fortuna, la lama non aveva toccato l’aorta. Altrimenti, i gradoni della curva si sarebbero trasformati in una cascata di sangue. Prima di finire sotto i ferri, il giovane chiese informazioni sul Napoli. Gli azzurri avevano vinto per due a zero con doppietta di Higuain. Careca poteva farsi operare.

Due giorni dopo l’agguato, una volante della polizia sorprese Genny ‘a Carogna in un portone di Forcella insieme a un gruppo di pregiudicati. I giornali – e gli inquirenti – ipotizzarono che stesse discutendo del ferimento avvenuto in curva, e titolarono sulla nuova «trattativa» del capo ultrà per fermare le frange violente allo stadio. Non si seppe mai il motivo di quell’incontro perché, a parte Genny che fu fermato e identificato, gli altri scapparono rifugiandosi nei palazzi vicini. Rimesso piede a casa, Careca fece invece arrivare a Christian l’imbasciata. Aveva accettato l’offerta. Sarebbe passato con loro.
I «colombiani» si erano presi pure lo Stadio.

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