di Giancarlo Tommasone

Fino al giorno dell’arresto, avvenuto il 9 maggio del 2014, Francesco Maturo, reggente del clan Fabbrocino, autoctono di San Giuseppe Vesuviano, era inserito nella lista dei 100 latitanti più pericolosi d’Italia e si era reso irreperibile dal dicembre del 2012. Nei giorni scorsi i militari del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna hanno eseguito 11 misure di custodia cautelare nei confronti di presunti appartenenti alla camorra. Tra i reati contestati, a vario titolo, quello di associazione mafiosa, estorsione e spaccio di sostanze stupefacenti. Figura di rilievo è rappresentata da Valerio Bifulco finito agli arresti domiciliari nell’ambito dell’operazione scattata lo scorso mercoledì.

L’arresto di Mario Fabbrocino, scovato dagli agenti della Dia in Sudamerica il 3 settembre 1997

Bifulco, 47 anni, secondo gli inquirenti è entrato a far parte del clan Fabbrocino a partire dal 2004. Il suo spessore criminale, sempre stando a quanto sottolineano i magistrati, lo porta a essere sensibilmente in contatto con i familiari di Francesco Maturo, durante il periodo di latitanza di quest’ultimo. In particolare con il figlio di Maturo, all’epoca dei fatti minorenne. Sono diverse le conversazioni telefoniche intercettate tra Valerio Bifulco e il ragazzo nato nel ’97. In una di queste, il figlio del boss irreperibile, chiama Bifulco perfino per farsi andare a prendere a scuola, perché avrebbe necessità di saltare un’interrogazione. Ma si registrano telefonate che intercorrono pure tra Bifulco e un fratello di Maturo, Gennaro, e la moglie del boss Francesco, Stefania Nappo Cardenia. In base a quanto ricostruiscono gli inquirenti, la latitanza di Francesco Maturo si compie in un territorio alquanto ristretto, in una zona che va da San Giuseppe Vesuviano a Angri.

Il padrino della Nuova famiglia in una foto d’epoca

Alla fine, dall’intreccio dei dati, gli incontri sarebbero avvenuti quasi sempre tra la moglie e i figli di Maturo e quest’ultimo, attraverso ‘viaggi’ organizzati nel minimo dettaglio. All’interno delle intercettazioni a volte Valerio Bifulco parla di visite, di “andare a mangiare” di ‘feste’, ma secondo i giudici non ci sono elementi tali che consentano con assoluta certezza di stabilire che quest’ultimo abbia favorito la latitanza di Francesco Maturo, né che abbia accompagnato i suoi familiari presso i luoghi in cui si nascondeva il latitante. Vero è che tra i due esiste una grande amicizia, anzi di più, un rapporto di fratellanza, tant’è vero che durante una conversazione intercettata nelle ore successive alla cattura di Maturo, Bifulco a una sua interlocutrice dice: «Hanno arrestato mio fratello».

Il boss della Nco, Raffaele Cutolo

Tra l’altro Valerio Bifulco è colui il quale in occasione di controlli che portano la moglie del boss, Stefania Nappo Cardenia in caserma a Palma Campania, avverte per primo l’avvocato di quest’ultima affinché le dia necessaria assistenza legale. Gli inquirenti accertano invece il ruolo di Bifulco nella gestione degli affari illeciti del clan Fabbrocino e a tratteggiarne il profilo, scrivono nell’ordinanza: «Un suo (di Bifulco Valerio) precedente giudiziario di assoluto rilievo lo vede coinvolto in quello in cui si ravvisò la imputazione di associazione per delinquere finalizzata al ‘tentativo di sequestro e tentato omicidio’ promossa e organizzata col fine precipuo di ammazzare Graziano Salvatore, potente boss della città di Quindici (provincia di Avellino)».

Carmine Alfieri
Carmine Alfieri, il capo della Nuova famiglia

L’episodio risale al 2000. Alla porta di casa di Luigi Salvatore Graziano bussarono sei finti carabinieri, riuscirono pure a stringergli ai polsi delle manette (giocattolo) di alluminio, ma il 65enne (all’epoca dei fatti) riuscì a sottrarsi al raid dei nemici di camorra.