di Giancarlo Tommasone

L’attività delle «piazze» è sicuramente la voce più remunerativa per il clan Sequino, che riceve introiti sia per la concessione (l’affitto) a terzi, degli spazi in cui organizzare lo smercio al dettaglio degli stupefacenti (in cambio di tutela e protezione da parte della cosca), sia per il rifornimento di droga ai «concessionari».

Chi vende nel territorio che va sotto il controllo
della famiglia di Via Santa Maria Antaesecula,
può e deve acquistare la sostanza soltanto
da quel gruppo. E’ questa la regola.

«Per lavorare in tranquillità – spiegano gli inquirenti nell’ordinanza che lo scorso 18 febbraio, ha portato all’arresto di 24 componenti del clan Sequino -, per potere cioè liberamente spacciare in quel territorio, si è tenuti a corrispondere un importo periodico a chi ha il controllo della zona». La Sanità risulta essere – nel periodo in cui si svolgono le indagini, 2016-2018 – suddivisa in tre distinte aree, ognuna di «competenza» delle cosche «residenti»: quella dei Miracoli è appannaggio del gruppo dei Mauro; quella delle Fontanelle è controllata dai Vastarella; quella di Santa Maria Antaesecula è – come scritto in precedenza – di «competenza» dei Sequino.

Chi lavora in una di quelle tre aree, è tenuto
a «favorire» la relativa cosca di riferimento.

«Con il termine “favorire” – sottolineano i magistrati – si intende non solo la corresponsione di una somma di denaro di importo variabile quale quota fissa, settimanale o mensile, ma anche l’obbligo di rifornirsi di sostanze stupefacenti da quel determinato clan. Anche in questo caso, la costante disponibilità a rifornirsi di sostanze stupefacenti di cui l’associazione fa traffico, pagando una quota fissa al clan, agevola lo svolgimento dell’attività criminosa dell’associazione ed assicura la realizzazione del suo programma delittuoso, oltre che il rafforzamento dell’organizzazione in quanto tale».

Grazie all’attività di intelligence, attraverso l’intercettazione di conversazioni (sia telefoniche che in ambientale) gli investigatori hanno pure potuto appurare le responsabilità dei singoli componenti del clan Sequino nel perpetrare l’azione illecita, e rilevare i diversi passaggi con cui avviene la cessione dello stupefacente dalla cosca al gestore della «piazza». Particolarmente interessanti, sotto questo aspetto, risultano i dialoghi captati il 12 dicembre del 2016 presso l’abitazione di Giovanni Sequino (alias Gianni Gianni, figlio del boss detenuto Nicola), considerato di fatto il reggente dell’organizzazione.

Il non meglio identificato soggetto di nome Mario,
giunto al cospetto di Gianni Gianni, gli chiede
a quanto ammonta lo stupefacente e naturalmente il prezzo.

«Gianni quanto ne è qua? Quanto devi avere?». Questi gli risponde che si tratta di 200 grammi (presumibilmente di cocaina), ad un prezzo di 55 euro al grammo, ossia 11.000 euro in totale. «Mario – annotano gli inquirenti – nonostante fosse consapevole di non aver alcun margine di trattativa, tentava di ottenere uno sconto, rappresentando anche che avrebbe ceduto la sostanza al dettaglio in dosi da mezzo grammo, al prezzo di 30 euro, con un guadagno di appena 5 euro a grammo: “A 55 (euro)? Gianni, quella fa mezzo grammo 30 euro, che ci guadagna 10, 5 euro sopra a due pezzi di trenta?…”».

Al che, Giovanni Sequino dice a Mario: «E dai, devi morire tu, Mario. E che te lo devo fare a 50 (cinquanta euro)? Non ci guadagniamo niente, sul bene tuo. Ti trovi?». «Mario, a questo punto, scherzosamente – è riportato nell’ordinanza – diceva che non avrebbe acquistato lo stupefacente a quei prezzi, ma subito dopo chiedeva a Gianni Sequino entro quanto avrebbe dovuto effettuarne il relativo pagamento: “Non si può fare. Me ne vado? Quando te la devo chiudere questa roba?…” e questi (Sequino) gli concedeva un termine di dieci giorni: “Ce la fa (bisogna saldare) entro 10 giorni”».