di Giancarlo Tommasone

Lo sorpresero di sera, i poliziotti, in un appartamento di Via del Cimitero a Secondigliano, costretto in casa oltre che dalla latitanza, da una bronchite: era l’11 marzo del 1994. Il padrino Michele D’Alessandro (deceduto in carcere, per un infarto nel 1999) secondo le risultanze investigative dell’epoca era «protetto» da un elemento emergente della camorra secondiglianese, «Di Lauro Paolo, nato a Napoli il 26 agosto del 1953».

Paolo Di Lauro, il boss di Secondigliano e Scampia

Nel 1994 è considerato già un boss di primo piano, Ciruzzo ’o milionario, che si tiene distante dall’Alleanza e che in quel periodo approfitta pure del vuoto di potere, conseguenza della detenzione di Gennaro Licciardi alias ’a scigna. Licciardi viene arrestato il 23 marzo del 1992, morirà per uno choc settico il 2 agosto di due anni dopo, mentre è ricoverato all’ospedale di Voghera.

Paolo Di Lauro, dunque, secondo gli inquirenti,
per circa un anno, ha provveduto insieme ai propri
affiliati alla latitanza del ras di Scanzano.

Gli inquirenti, incrociando i dati raccolti nel corso delle indagini, ipotizzano che don Mimì abbia passato la maggior parte della clandestinità in quell’appartamento di Via del Cimitero. Ma le informative dell’epoca individuano almeno un altro paio di covi, sempre nell’area nord di Napoli, in cui sarebbe stato «appoggiato» Michele D’Alessandro. Uno in particolare ci porta all’attualità.

Si tratta di un appartamento nello stabile
al civico 49 di Via Papa Giovanni XXIII a Melito.

Nella stessa palazzina, nella stessa scala, in cui si trova la casa che il 2 marzo ha visto consumarsi il delitto di Norina Matuozzo, 33 anni, uccisa con tre colpi di arma da fuoco dal marito, il 42enne Salvatore Tamburrino.

Quest’ultimo, considerato dagli inquirenti contiguo al clan di Cupa dell’Arco, è inoltre ritenuto un elemento vicinissimo, se non il braccio destro di Marco Di Lauro, a cui sarebbe legato da un’amicizia che affonda le radici nel tempo. Lo stesso Marco Di Lauro, che poche ore dopo l’uxoricidio di Melito e la resa del 42enne che si consegna negli uffici della Mobile di Napoli, viene scovato in un’abitazione in Via Emilio Scaglione a Chiaiano e vede tramontare una fuga durata più di 14 anni.

Tamburrino, ipotizzano gli inquirenti,
sarebbe elemento della rete che ha provveduto
alla latitanza di Marco, tanto che lo indagano
per favoreggiamento.

Restando in tema di latitanti, e soffermandoci su Michele D’Alessandro, il boss di Scanzano, ricostruiscono all’epoca gli investigatori, è accompagnato a Castellammare dagli uomini di Di Lauro con auto blindate, tutte le volte che fa visita ai familiari. Dalla città delle acque, viene poi ricondotto in uno dei covi dell’area nord di Napoli. Per spostarsi usa travestirsi da donna, da «nonna» in verità. E’ così che lo definiscono, intercettati, i sodali che di volta in volta lo accolgono durante le puntate scanzanesi.

E’ dura la vita da latitanti, don Mimì si prepara
in maniera meticolosa, utilizzando trucco
e parrucca bionda, ricostruiscono
all’epoca le forze dell’ordine.

Si va avanti così fino a quando non si registra l’irruzione della polizia, la fuga di don Mimì termina la sera dell’11 marzo del 1994. In casa trovano anche due donne, vere però, che lo assistono e che vengono arrestate insieme al padrino.