di Giancarlo Tommasone

Avrebbe dovuto morire per mano dei killer di una locale di ‘ndrangheta di cui faceva parte, il pentito Antonio Valerio. Tutto perché, secondo quanto ha raccontato ai magistrati, quando era imprenditore sotto la cosca di Cutro di stanza in Emilia Romagna, minacciò di piantare due proiettili in testa a due affiliati al clan dei Casalesi. Questi ultimi dovevano ricevere una sorta di provvigione sulla monetizzazione di assegni per 5 milioni di euro. Titoli che erano stati acquisiti dalla locale di Cutro, proprio su segnalazione dei casertani. L’accordo prevedeva il 15% della corresponsione sul totale. Fatto sta, che qualcosa andò storto. Quegli assegni non vennero incassati per motivi di natura prettamente burocratica. Coloro che li avevano emessi furono sequestrati e costretti a coprire con beni immobili intestati a prestanome della ‘ndrangheta, ma nessuna corresponsione fu effettuata nei confronti dei Casalesi. Questi tornarono alla carica in un paio di occasioni per veder rispettato il patto, ma durante l’ultima riunione furono minacciati da Valerio che gli intimò di lasciare l’Emilia Romagna se non volessero ciascuno, una pallottola piantata in testa. Della cosa venne a sapere anche il capofamiglia del locale di Cutro trapiantata in Emilia. Valerio, pur avendo un ruolo di primo piano all’interno dell’organizzazione, aveva esagerato e aveva compromesso gli equilibri dei rapporti esistenti tra calabresi e clan dei Casalesi. Per questo andava eliminato. Il progetto omicidiario non si concretizzò, ma il rischio corso dal collaboratore di giustizia Antonio Valerio fu davvero altissimo. La vicenda è emersa dall’inchiesta che ha portato all’arresto di Carmine Sarcone, considerato il nuovo reggente della cosca di Cutro in Emilia. E prova fondamentalmente due cose: la presenza radicata del clan dei Casalesi fuori dalla Campania e il rapporto continuativo con le locali di ‘ndrangheta sparse in diverse regioni d’Italia.