di Giancarlo Tommasone

Nessuno, nemmeno le persone del quartiere sono esenti dal pagare il pizzo al clan Contini. E ciò provoca scontento e lamentele da parte non solo dei taglieggiati, ma pure di alcuni componenti del sodalizio criminale. E’ il quadro che emerge dal contenuto delle intercettazioni allegate all’ultima inchiesta contro l’Alleanza di Secondigliano.

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Il periodo è quello della reggenza affidata ad Antonio Aieta, detto ’o piccirillo (il piccino), che, secondo gli inquirenti, regge le sorti dell’organizzazione del Vasto Arenaccia, a causa della detenzione dei suoi due cognati, Patrizio Bosti e Edoardo Contini.

All’interno della Fiat Panda di Vincenzo Tolomelli (considerato elemento di spicco della cosca) è intercettata una conversazione che avviene tra quest’ultimo e Gennaro Fiorillo. I due commentano negativamente sia il comportamento di Antonio Grasso (loro sodale) che quello del già citato Aieta.

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«Quello si sta facendo troppi nemici», afferma Fiorillo riferendosi a Grasso, che avrebbe imposto la tangente alle persone del quartiere. La responsabilità maggiore, però, Fiorillo la fa ricadere su Aieta, che secondo lui, avrebbe permesso tutto ciò, vale a dire che venissero taglieggiati gli abitanti del Borgo Sant’Antonio Abate. Contro questo tipo di estorsioni, era stato chiesto da parte di alcune vittime, pure l’intervento di Tolomelli, che però aveva dovuto «levarsi di mezzo», poiché le richieste sarebbero state disposte direttamente dal reggente del clan (Aieta, appunto).

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Sempre Tolomelli (sulla cui vettura è installata una microspia) viene intercettato mentre parla con un non meglio identificato Giannino. Si stanno recando da Aieta (per parlare con lui) e gli investigatori captano la loro conversazione circa i vertici dell’organizzazione criminale.

I sodali appaiono più che scontenti dei loro capi, che secondo quanto affermano Giannino e Tolomelli, godrebbero dei proventi delle attività delittuose, senza far nulla, e si comporterebbero da capi mafia, senza rischiare il carcere.

Li arrivano ad «equiparare a Bernardo Provenzano», annotano gli inquirenti. «E loro guadagnano i soldi senza fare niente, vogliono fare i Provenzano senza cancellata», convengono Tolomelli e il suo interlocutore. I due sodali rivendicano l’importanza del loro apporto all’organizzazione.

«Non hanno capito – dialogano – che (i capi) non sono nessuno senza di noi… non lo vogliono capire… siamo noi che gli portiamo il piatto a tavola… facciamo dal produttore al consumatore e pure senza soldi».

L’argomento della conversazione si sposta poi, sul modus operandi di un «elemento di spicco del clan, ossia Ettore Esposito», che «perpetrava estorsioni tramite soggetti che si presentavano a suo nome», è annotato nell’ordinanza.

Tolomelli, al riguardo, racconta un episodio che ha come protagonista un emissario della cosca mandato a chiedere il pizzo. L’uomo si reca da un tale Eduardo, dicendo di venire da parte di Ettore Esposito, al che la «vittima» da taglieggiare gli risponde: «Vai a lavorare». Obiettivo delle critiche di Giannino e Tolomelli sono pure le nuove leve del clan, in particolare i rampolli dei capi storici dell’organizzazione.

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I due si lamentano del fatto che i «giovani» spendano ogni sera, nei locali, anche mille euro, mentre affiliati «detenuti non prendono nemmeno la mesata». «I figli dei compagni nostri si pensano che tengono l’eredità, non hanno capito che la malavita la facevano loro (i genitori, capi storici del clan Contini)… non sono nessuno e credono di essere i parenti degli Agnelli», convengono i due.