Una holding criminale che investe anche all’estero, secondo le tradizionali modalità degli affari di camorra. È l’Alleanza di Secondigliano, confederazione formata da tre clan, quello dei Contini del Vasto-Arenaccia, dei Licciardi della Masseria Cardone e dei Mallardo di Giugliano. Tra i rami del comparto «stupefacenti e riciclaggio» dell’organizzazione, c’è pure quello delle pizzerie, investimento attuato, secondo i riscontri investigativi, anche in Spagna, in particolare a Madrid. A dettare gli step del business, emerge dall’inchiesta che ha portato all’esecuzione di oltre 120 misure di custodia cautelare, è Ettore Bosti, anche detto ‘o russo (per il colore dei capelli).

Bosti, 39 anni, è il figlio del boss Patrizio (cognato di Edoardo Contini e di Francesco Mallardo) e secondo i magistrati «aveva delle cointeressenze in penisola iberica», che si manifestavano attraverso le attività economiche dei fratelli Romano (Raffaele e Salvatore).

Ettore Bosti

Le indagini hanno dimostrato come le attività economiche dei fratelli Romano, fossero «null’altro che un “avamposto” del clan Contini in Spagna, utilizzato all’occorrenza sia come punto logistico per affari illeciti in terra iberica (come il traffico di stupefacenti) sia come vero e proprio “bancomat” per significative azioni di reimpiego, e/o di riciclaggio di denaro di illecita provenienza»; flusso di denaro che proviene direttamente dalle casse dell’organizzazione malavitosa del Vasto-Arenaccia.

Per controllare gli affari in Spagna, Ettore Bosti si serve
di un tramite, Marco Botta, cugino dei fratelli Romano.

Il parente, li contatta attraverso una cabina telefonica, considerata «sicura», che si trova in Piazza Ottocalli, vale a dire nel «cuore» del territorio in mano ai Contini. Salvatore e Raffaele Romano gestiscono a Madrid, essendone gli intestatari (anche se di fatto la proprietà, considerano gli inquirenti, è occulta ed è riconducibile ai Contini), la pizzeria «Totò & Peppino». Più volte, si evince dall’ordinanza, i Romano saranno messi in riga dal clan, che si lamenta del fatto che non vengano soddisfatte «le spettanze in denaro» da indirizzare alla cosca.

Edoardo Contini e Nicola Rullo

L’inchiesta fa emergere una vera e propria «Pizza Connection» in salsa napoletana: dai riscontri degli investigatori si arriva anche a figure di personaggi inseriti «a pieno titolo» nel cartello. Uno di questi è Ciro Rovai, classe 1961, residente in Spagna, ovviamente, e tra i titolari della pizzeria «cult», «Bella Napoli», di Majadahonda a Madrid.

Di lui è scritto nell’ordinanza, «è ritenuto inserito nel traffico di stupefacenti unitamente a Salvatore Romano». All’apparenza, Rovai, è un imprenditore di successo, tanto da essere intervistato da un organo di stampa madridista, a cui racconta le sue specialità culinarie e illustra le foto che lo ritraggono insieme a giocatori del Real (uno su tutti, Roberto Carlos), e finanche al più forte calciatore di tutti i tempi, Diego Armando Maradona.

Ciro Rovai e Roberto Carlos

Per gli inquirenti, però, il 58enne originario di Piazza Mercato, a Napoli, coinvolto nell’inchiesta «Tarantella», è inserito nel cartello che ha gestito un traffico di droga che partiva dalla Colombia, triangolava con la Spagna e finiva nei rifornimenti della camorra all’ombra del Vesuvio.

Del resto, tornando alle foto con i «futbolistas»,
agli investigatori appare assai strano che alcuni scatti
che immortalano Rovai con gli assi del rettangolo
di gioco, siano rinvenuti in un covo utilizzato
da un boss latitante di Secondigliano.

L’uomo giustificherà la circostanza come lo smarrimento di un album fotografico che non si sa, come, né perché, sia finito, poi, in un nascondiglio sotto terra. Non finisce qui, la magistratura, ritiene Rovai uno degli elementi apicali, uno delle menti che dirigono il traffico di stupefacenti e di riciclaggio di denaro sporco. C’è pure una intercettazione telefonica, che proverebbe, tra l’altro, i contatti tra il gestore di «Bella Napoli» e l’ex potente tesoriere e senatore del Partido Popular, Luis Barcenas.

Maria Licciardi

Quest’ultimo è stato coinvolto in indagini che lo hanno portato in carcere, per riciclaggio, falso e altri reati:  Barcenas fu trovato in possesso di 48 milioni di euro su conti esteri. E’ lo stesso imprenditore napoletano, intercettato, a insospettire maggiormente (nel caso in cui ce ne fosse stato bisogno) gli investigatori. Rovai parla con un suo amico al telefono dei rapporti con Barcenas: «Ho chiesto a lui, se conosce qualcuno a EuroVegas e lui mi ha risposto di sì».

Ma non è tutto, secondo quanto racconta Rovai, Barcenas gli avrebbe detto: «Mafia e politica sono la stessa cosa».

Ma cos’è EuroVegas? Un mega casinò che avrebbe dovuto nascere alle porte di Madrid, una cittadella del gioco, in cui, secondo gli inquirenti, Rovai e Barcenas avrebbero dovuto effettuare investimenti. Non se ne farà più niente, perché il progetto verrà abbandonato per mancanza di fondi. Nel frattempo però le autorità iberiche e quelle italiane hanno cominciato a seguire una pista che parte da Napoli e arriva a Madrid: quella relativa a presunti casi di infiltrazione della camorra nella politica spagnola.