di Giancarlo Tommasone

Dalle conversazioni intercettate a bordo della vettura utilizzata da Vincenzo Tolomelli, considerato elemento apicale del clan Contini, emergono elementi utili anche a ricostruire le modalità adottate dai reggenti dell’organizzazione del Vasto-Arenaccia durante il periodo di latitanza. La circostanza (siamo nella primavera del 2013) è riportata nell’ordinanza (a firma del gip Roberto D’Auria) relativa all’ultima inchiesta condotta nei confronti dell’Alleanza di Secodigliano. Tolomelli discute con Gennaro Fiorillo ed entrambi convengono sul modo considerato sbagliato, di Giuseppe Ammendola (all’epoca reggente «pro tempore» della cosca) di gestire la sua «clandestinità». Ammendola, infatti, lo accusano i sodali, si «disinteressa» del clan.

Le intercettazioni,
le critiche
al reggente
della cosca

«Tant’è – è riportato nell’ordinanza – che (Ammendola) si assentava per molto tempo, lasciando disposizioni e pretendendo che gli venissero consegnate somme di denaro». Secondo Tolomelli, se Ammendola non si fosse imposto, non avrebbe ottenuto nulla, ma per fare ciò bisognava che fosse presente a Napoli. «A me dispiace – afferma Tolomelli – ma (Ammendola) scappa… fa il menefreghista, sta un mese fuori e pretende… ma quello non ci sta a Napoli». Tolomelli rammenta anche gli errori di Ammendola, che a suo dire non si impone con gli altri affiliati, «e preferisce dedicarsi al gioco, costringendo lo stesso Tolomelli (che presumibilmente ha il ruolo di raccordo con il latitante) ad attenderlo per ore sotto la pioggia».

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I sodali, nel corso delle conversazioni, arrivano inevitabilmente a paragonare il modo di gestire la latitanza da parte di Edoardo Contini e di Patrizio Bosti (fondatori dell’omonima organizzazione criminale) con quello di Ammendola. Proprio a tal riguardo, gli inquirenti assumono elementi utili a ricostruire il comportamento dei boss nel periodo in cui sfuggono alla cattura. «Eduardo (Edoardo Contini, ndr) veniva a Napoli tutti i giorni ed inoltre convocava le persone e gestiva direttamente il clan», al contrario di quanto faceva Ammendola.

«Mi ricordo ‘o Patrizio (Bosti, ndr) quando era latitante – afferma Tolomelli –, stava tutti i giorni a Napoli. E tutti i giorni mandava a chiamare la gente e le redini in mano le teneva sempre lui».

Il lassismo del reggente
giova alle casse del clan

Di contro, però, il «lassismo» di Ammendola – afferma sempre Tolomelli – avrebbe fatto bene alle casse del clan, consentendo maggiori entrate. «Ciò aveva fatto sorgere dei dubbi sulla precedente gestione di Ammendola – è riportato nell’ordinanza – ma Tolomelli imputava le minori entrate ad una cattiva gestione, atteso che reputava Ammendola una persona onesta».

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Che però, dimostrava di avere le «mani bucate» e non era certo un buon amministratore. «Venti (ventimila euro) al mese. Dieci (diecimila) li spendeva solo per puttane. Delle spese (quelle mensili di Ammendola) devi parlare di 25-30mila euro», argomentano Tolomelli e Fiorillo.

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Tornando alle entrate del clan, migliorate dopo l’abbandono della gestione da parte di Ammendola, Tolomelli afferma che adesso «a terra (nelle casse della cosca) ci sono 250-300mila euro a disposizione. Se ci stava Peppe (Ammendola), quando li vedevi questi soldi».