di Giancarlo Tommasone

La droga giungeva prima in Spagna, trasportata lì su piccole imbarcazioni partite dal Marocco, e poi viaggiava su autoarticolati – nascosta tra frutta e verdura di seconda scelta – attraverso la Francia, arrivando in Italia e infine a Marano. L’hanno ribattezzata la via dell’hashish, un corso che ha molto poco del romanticismo dei sentieri che attraversavano i primi contrabbandieri. Una strada che però viene praticata da anni e nonostante i controlli, le indagini di forze dell’ordine e magistratura e gli arresti, continua ad essere battuta, da un altro tipo di contrabbandieri: i narcos. Nella giornata di lunedì i carabinieri hanno dato esecuzione a 29 misure di custodia cautelare, 19 in carcere e dieci ai domiciliari. Fra gli arrestati c’era anche Alfonso Mercurio (38 anni) detto Uallarella.

Secondo le dichiarazioni di collaboratori di giustizia, ex affiliati ai Polverino, Alfonso Mercurio, insieme al fratello Luigi, avrebbe compiuto personalmente il viaggio lungo la via dell’hashish. Per gli inquirenti, il 38enne Mercurio è un trafficante di droga, la cui attività si sviluppa in un chiaro ambiente camorristico. Particolare, che secondo gli investigatori, è acclarato, grazie non solo alle indagini e alle dichiarazioni dei pentiti, ma anche alle intercettazioni ambientali compiute durante l’attività di intelligence dell’ultima operazione. In tal senso acquisisce significato particolare una conversazione captata dalle forze dell’ordine. A parlare, ignorando che le loro parole possano essere intercettate e ‘finire sul nastro’, sono Francesco Sepe e Massimiliano D’Onofrio, entrambi arrestati nell’ambito del blitz scattato lunedì.

D’Onofrio afferma che tale Nicola (per gli investigatori si tratta forse di Nicola Langella, anche lui in carcere da lunedì scorso) gli avrebbe riferito che i fratelli Mercurio (Giggino e Alfonso) erano due morti che camminavano. Ciò fa presupporre agli investigatori che i Mercurio avessero un certo tipo di spessore all’interno del cartello composto da Orlando-Nuvoletta-Polverino. Chi e perché li volesse fuori dai giochi, non è stato possibile al momento ricostruire. Entrambi, scrivevamo, secondo gli inquirenti hanno gestito il traffico di hashish, seguendolo dalla contrattazione del prezzo, alla partenza degli ordinativi fino all’arrivo della merce a Marano.

A raccontare, tra i primi, della via dell’hashish battuta da circa 30 anni dai clan maranesi, era stato nel 2010 il collaboratore di giustizia, ex broker dei Polverino, Domenico Verde. In Marocco Verde si è recato l’ultima volta nel 2009, e per 17 anni (a partire dal 1992) la Spagna era stata la principale sede distaccata dell’azienda per cui operava. Proprio dal Paese iberico poteva meglio trattare gli affari per conto del clan di appartenenza e facilmente raggiungere il nord dell’Africa.

Uno dei motoscafi usati per trasportare la droga dal Marocco alla Spagna

Verde è uno che la via dell’hashish la conosce bene. L’ha vista trasformarsi radicalmente nel corso delle numerose puntate: «Ricordo – racconta ai magistrati – che la prima volta che mi recai su un monte dove si coltivava la canapa, nella zona di Ketama, ci arrivai a dorso di mulo. La droga era trasportata sempre nello stesso modo. Anni dopo, però, vidi che si erano modernizzati e che l’hashish veniva portata giù dopo che l’avevano caricata a bordo di camion o di auto».
(I- Continua)