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di Giancarlo Tommasone

Problemi di cassa nel clan Sequino e gli affiliati vengono «avvisati» durante una riunione, perché i soldi sono pochi e nemmeno «questo mese si riusciranno a pagare le mesate».

Tutto ciò si evince da due conversazioni intercettate
(durante le quali emergono dialoghi di «notevole interesse»),
avvenute il 24 e il 27 giugno del 2016 all’interno
dell’abitazione di una donna considerata vicina alla cosca

«Gennaro Passaretti e Salvatore Pellecchia (entrambi coinvolti nell’operazione scattata la scorsa settimana) criticano l’operato di Gianni (alias Gianni Gianni, Giovanni Sequino, figlio di Nicola e considerato il reggente della famiglia malavitosa) ed ipotizzano una diversa distribuzione dei compiti e dei compensi: “Allora se comandavo io: Sasà deve fare la droga!… tu devi fare l’erba, tu devi fare i cavalli (di ritorno, ndr), tu devi fare lo scemo avanti e dietro, tra virgolette, avanti e dietro a prendere le settimane tu devi stare vicino a me… Sasà quanto si merita 500 euro al mese? Qua stanno i 500 euro di Sasà, tu che ti meriti il 200 euro a settimana? Qua stanno i 200 euro a settimana… è tutto sbagliato, è tutto sbagliato, è tutto sbagliato». Alla seconda riunione (quella del 27 giugno), annotano gli inquirenti, partecipano Giovanni Sequino, Silvestro e Salvatore Pellecchia (rispettivamente padre e figlio), Pasquale Amodio, Antonio Esposito detto ’o Barone, e Ciro Minei.

I dialoghi intercettati sono relativi alla ripartizione dei proventi
delle attività delittuose fra gli affiliati liberi e quelli detenuti
(si parla, in particolare, di una somma totale di 2.950 euro)

In occasione del «summit», quello che dagli inquirenti viene considerato il leader del gruppo (in virtù della detenzione dei fratelli Salvatore e Nicola Sequino), Gianni Sequino, «rappresentava agli affiliati la probabilità che neanche per quel mese avrebbero preso la mesata, atteso l’elevato importo delle somme destinate al mantenimento degli affiliati in carcere “… perché per il resto dei carcerati se ne passa un altro mese… che non abbiamo nemmeno le mesate…”».

I problemi riscontrati nel corso della riunione sono addebitabili a una non corretta «tenuta della contabilità» e in particolare, per la discussione in atto, al fatto che sono venute a mancare delle entrate relative a una estorsione. Gianni Sequino a questo punto, è scritto nell’ordinanza, sulla base della trascrizione della conversazione in oggetto, «non esitava ad ipotizzare la possibilità di convocare tutti i familiari degli affiliati detenuti per comunicare l’impossibilità di continuare a corrispondere la mesata: “O ci chiamiamo tutti quanti e diciamo che non stiamo più all’altezza di mantenervi (ndr riferito al pagamento delle “mesate” per i familiari dei carcerati)… è stato un piacere da pazzi… per lo meno non abbiamo l’impegno, pure il carcerato dice: a posto, devo portare un’altra volta il carrello (si riferisce presumibilmente al cibo distribuito dalla mensa in carcere senza poter accedere da quanto portato dai familiari durante le visite) perché mia moglie viene e non può portarmi mai niente, per lo meno quello prende il carrello e lo porta…”».

La riduzione delle entrate derivanti dalle attività criminali
La cessazione di un’attività nella zona della Stella

Tale ipotesi da parte del leader, non riscuote, però, «alcun plauso fra gli affiliati, i quali, invece, iniziavano ad analizzare la riduzione delle entrate derivanti dalle attività criminali. Pasquale Amodio, in particolare, segnalava come erano venuti meno i proventi dell’estorsione ai danni di un esercizio commerciale situato alla Stella, non meglio indicato, e dovuti alla cessazione dell’attività. “Ma sta un altro problema, – afferma Amodio – questa voce qua è scomparsa (riferito presumibilmente a delle note scritte) perché quello ha messo i cartelli ‘cedesi attività’, ha chiuso il catenaccio… giù alla Stella…”». «Le modalità con cui Amodio faceva tale considerazione – sottolineano gli inquirenti – nello specifico dicendo “… questa voce qua è scomparsa…”, fa ritenere, con assoluta certezza, che stesse indicando la somma annotata su un documento, con ogni probabilità il libro mastro del clan».

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