(tratto dal libro “Nco – La vera storia dei cutoliani”)


di 
Simona Ciniglio

Rumore bianco (white noise) Processo aleatorio (➔) che descrive un segnale caratterizzato da uno spettro costante. Il nome «bianco» deriva dalle proprietà dello spettro della luce bianca, che è costante in quanto questa è formata dalla sovrapposizione di onde elettromagnetiche di tutte le frequenze visibili e di intensità simile a ogni frequenza. (Enciclopedia Treccani)

La storia della Nuova Camorra Organizzata, finché se ne parlerà, starà sempre tutta nel volto di Raffaele Cutolo. Negli occhi di ’o prufessore, febbrili e accesi da uno stupore antico, l’ironia continuerà a sferzare come la pioggia, e a seminare fugaci, discontinui lampi di verità/dubbio in un ventennio di morti ammazzati, politica collusa, scandali e tangenti, segreti di stato e Stato segreto.
Il film di Tornatore ha consegnato alla storia e all’immaginario popolare i nomi e i fatti a cornice di un’ escalation del crimine assolutamente unica nel suo genere, eppure nemmeno ne «Il camorrista» si è prestato orecchio al rumore bianco della Nco. La nota di fondo, sfuggente ed essenziale della storia dell’associazione criminale, ma per lo più taciuta, si chiama Alfonso Rosanova, detto Alf.

Il boss Alfonso Rosanova

Il perché tale personaggio, ispiratore di larga parte dell’estetica e dell’assetto della Nco, «cassiere», «mente», «guida spirituale» – come viene definito dai giornalisti delle cronache del tempo – non trovi una sua collocazione comunemente riconosciuta sta senz’altro nelle sue brevi comparse per conto terzi: il nome di Rosanova salta fuori spesso, postumo, a identificare fasi significative della storia della Nco, a sbrogliare intrighi e connivenze, ma di lui non resta un’immagine, non una foto.

Raffaele Cutolo con il figlio Roberto

Volendo tarantinamente cominciare la sua storia dal finale è ancora al rumore che bisogna fare riferimento, assordante, pulp, di proiettili esplosi in una stanza d’ospedale.
E’ la notte tra il 18 e il 19 aprile del 1982 e l’ospedale è quello di Salerno. Il 57enne Alfonso Rosanova, detto Alf, è stato ricoverato otto giorni prima per problemi cardiaci, trasportato dal carcere di Salerno, dove è rinchiuso da un mese, dopo l’arresto a Grosseto.
Rosanova è pregiudicato per reati contro il patrimonio e per detenzione di armi, ma stavolta l’accusa per associazione per delinquere di stampo camorristico rischia di minarne lo status di inafferrabile.

Sono le quattro di mattina quando un commando armato di sette uomini, con pistole calibro 7,65 e 357 magnum, oltre a due fucili a canne mozze, attraversa a piedi un viale laterale all’edificio.

Hanno i passamontagna e si muovono veloci nella notte. Salgono quattro piani di scale, forzano una porta a vetri ed entrano in un corridoio.
In fondo a quel corridoio c’è la stanza di Rosanova, che dorme, con un agente di pubblica sicurezza a fargli da piantone.

Dall’infermeria un altro agente si accorge del commando, cerca di fermarne l’avanzata, ma viene ricacciato indietro, assieme ai paramedici, da un uomo e dal suo fucile.

Il momento è concitato, Alf Rosanova si sveglia e fa per alzarsi, sicuro, e andare incontro agli uomini che immagina venuti a liberarlo.
L’agente glielo impedisce; solo pochi secondi e il commando irrompe nella stanza, intima all’uomo che poco prima dettava ordini di stendersi sul pavimento, prima di sparare otto colpi, un fuoco di fila di sorpresa contro un inerme Rosanova.

La morte è immediata e porta la firma di Carmine Alfieri.

Il capo della Nuova Famiglia aggiunge così un cadavere d’eccezione, niente meno che il padrino di quel Cutolo contro cui si sta giocando la leadership camorristica, al lungo elenco di morti ammazzati che funesta l’anno 1982.
Uno dei due uomini della pattuglia a sorveglianza di Rosanova in quella notte di stupore, Antonio Bandiera, riporterà un grave shock : messo davanti alla scelta tra il lavoro o la riforma, tornerà al lavoro non ancora del tutto guarito, e resterà ucciso nel terribile conflitto a fuoco del 26 agosto 1982 tra terroristi delle Brigate Rosse, alcuni militari dell’Esercito italiano e una pattuglia della Polizia di Stato in località Torrione, a Salerno.

Eppure non è certo questo il primo caso in cui il destino intreccia
i fili dello Stato con quelli delle Brigate Rosse, spartendosi
il proscenio con Alfonso Rosanova.

Il caso Cirillo segna una svolta nella storia dell’associazione criminale guidata da Cutolo, il quale ancora una volta da dietro le sbarre di un carcere (stavolta si tratta di quello di Ascoli Piceno) agisce come un burattinaio nell’ombra: è a lui che ricorre la DC per sollecitarne l’intercessione con le BR e ottenere il rilascio dell’assessore regionale ai Lavori pubblici, sequestrato il 27 aprile 1981 a Torre del Greco.

Carmine Alfieri
Carmine Alfieri, il capo della Nuova famiglia

In cambio di tangenti, denaro e appalti -of course- per la ricostruzione in Campania dopo il terremoto in Irpinia. La trattativa legittima definitivamente il potere della camorra. I nomi di uno dei patti inconfessabili con lo Stato che hanno segnato gli anni di piombo cominceranno a saltar fuori di lì a poco, anche se il vero tsunami che travolgerà la Dc si avrà qualche anno dopo, con mani pulite.
Il cambio per ‘o prufessore ‘e Ottaviano si rivela poco vantaggioso: interrogato in seguito in merito alla vicenda non smetterà di rinfacciare la scarsa gratitudine dimostrata in quell’occasione dai ministri Dc, che gli valse un poco invidiabile e quasi immediato trasferimento all’Asinara.

L’ex boss Pasquale Galasso

Antonio Gava, allora Ministro per i rapporti con il Parlamento non figura, tra le visite a Cutolo nel carcere di Ascoli Piceno; ma c’è un suo compagno di partito, esponente della Dc dorotea, come Gava, assieme a Vincenzo Casillo ‘o Nirone, altro luogotenente di Cutolo, esponenti dei servizi segreti (anche Casillo sarebbe stato ritrovato in possesso di tesserino del Sisde) e naturalmente Alfonso Rosanova.

Il boss Vincenzo Casillo

Lui, eminenza grigia di Don Raffaele, bisogna immaginarlo così: scaltro, silenzioso e fattivo come un gatto, dedurlo da rivelazioni di pentiti e informative dell’epoca, come fossero fonti storiografiche, come si trattasse di ricostruire la storia di un personaggio dell’antichità classica da frammenti sparsi e incompleti.

Il boss latitante Pasquale Scotti
Il boss Pasquale Scotti arrestato ed estradato dal Brasile

Muovendosi in perfetto equilibrio tra politica e imprenditoria, Alfonso Rosanova impone la legge del clan più forte nella zona dell’agro nocerino sarnese e in penisola sorrentina: il suo giro di affari è miliardario. Possiede quantità vertiginose di immobili – molti dei quali intestati alla moglie – acquista per 750 milioni il complesso turistico «Giardino Romantico» di Massa Lubrense; è amministratore unico della «Bloc-sud spa», un’immobiliare che tratta la compravendita di suoli e immobili. Un fiorire di «offerte che non si possono rifiutare», oltre alla sapiente gestione delle trattative internazionali per l’acquisto di droga, rimpinguano ad libitum le casse della Nco e rendono possibile il mantenimento del sistema fortemente strutturato e assistenziale che ne ha fatto la fortuna.

Raffaele Cutolo nelle camere di sicurezza del Tribunale di Napoli

Tutto questo sa pulsione di morte e ha una sua musica, colonna sonora e atmosfere esatte, ma bisogna andare un po’ oltre il nazional-popolare di Califano, come è già stato visto in tv per la banda della Magliana, ben oltre uno scontato Mario Merola. Bisogna abbracciare il goth e il sinth di Joy Division, Depeche Mode, New Order: l’elettronica avulsa dall’umano quel tanto che basta a realizzare ciò che umano non dovrebbe essere, eppure è. Decadenza è Disorder, Confusion, State of the Nation : «Even now, I’m all alone/Behind a wall that’s made of stone/I think about where we have been/And all the sights that could be seen». Cupa corsa incontro allo schianto certo, infarcita di godimento quanto nero possibile, deep dark e finché ce n’è.

Michele Zaza
Michele Zaza

Lo stile provincia partenopea, un kitsch 70-80 laccato e ossessivamente vincente che arreda l’apogeo economico della Nco trascolora di lì a poco in una nube di morte, pesante, vischiosa, inesorabile che cala sugli uomini di Cutolo: è l’inizio della fine della supremazia indiscussa del clan, scalzato dalla Nuova Famiglia di Carmine Alfieri, Michele Zaza, Pasquale Galasso.

Saltano uno dopo l’altro gli uomini della Nco, qualcuno, come Casillo ‘o Nirone salterà letteralmente – e una volta per tutte – per via di un’autobomba.

Pasquale Barra teme di finire come tutti gli altri, rinchiuso nel carcere di Foggia non dorme da un mese, ché i compagni della Nco minacciano di ucciderlo: decide di rivelare a un magistrato tutto quello che sa.
E’ il primo dissociato di un clan, il primo «pentito», inaugura un nuovo capitolo della magistratura e nuove modalità narrative, ma soprattutto, lui che era rubricato come il «boia delle carceri» dagli inquirenti – soprannominato dai pari ‘o animale dopo aver azzannato e sputato il cuore di Francis Turatello – dà origine alla prima maxi-operazione giudiziaria contro la Nco, con 865 arresti di presunti affiliati.

Il killer cutoliano Pasquale Barra
Il killer cutoliano Pasquale Barra

Alle rivelazioni di Barra si aggiungono quelle di Giovanni Pandico e Giovanni Melluso. La girandola di interrogatori che segue fornisce lineamenti sempre più distinti al volto della Nuova Camorra Organizzata: organigramma e attività; soprattutto conferma, tra colpi di scena e documenti falsi, l’esistenza di una non meglio specificata rete di legami, interazioni, interessi condivisi e contesi tra camorra, Dc, servizi segreti e BR.
E’ la primavera dell’84 e si fa riferimento a raccomandazioni e incontri in alberghi romani tra esponenti della Nco (saltano fuori i nomi di Rosanova e dello stesso Cutolo, latitante nel ‘78) e due onorevoli, uno dei quali originario della provincia sud; viene ascoltato anche Antonio Gava, ma è tutto uno stringersi di spalle e declinare di responsabilità, mentre si cerca di dipanare ombre e contraddizioni che accompagnano quello che è già un fenomeno descritto da un neologismo: il «pentitismo».
I fili di una storia che sembrano ormai scollegati si riavvicinano in un colpo d’occhio a pagina 11 del «Corriere della Sera» del 5 luglio 1988: da un lato c’è Antonio Gava, adesso ministro degli Interni, che si pronuncia sul rischio terrorismo, dall’altro la notizia di Luigi e Aniello Rosanova, figli di Alfonso, di 28 e 24 anni, trucidati da un plotone d’esecuzione a Sant’Antonio Abate. Tra i due articoli un riquadro riporta la notizia di una condanna alle nuove Brigate Rosse.

I tre fatti di per sé scollegati richiamano le parti in causa di un mistero di Stato, quello della liberazione di Ciro Cirillo, di cui restano oscure le dinamiche.
Con il muro di Berlino crolla un’epoca, la funzione di ago della bilancia tra destra e sinistra della Dc viene a cadere assieme alla minaccia comunista.
Sarà Pasquale Galasso (e più tardi anche Carmine Alfieri) che una volta decisosi a collaborare con la giustizia nel ’92, squarcerà definitivamente la coltre di silenzio sulla tangentopoli campana.

Oltre naturalmente ad Alfonso Ferrara Rosanova – stesso nome del padre – «junior» come nelle soap-opera americane o nella malavita d’oltreoceano, il quale nel ‘93 decide di presentarsi spontaneamente davanti ai giudici di Salerno «spinto da un desiderio di verità e giustizia».

Alf Rosanova viene evocato più volte in sede di processo, lo si può immaginare stringere mani in stanze d’alberghi romani, raggiungere accordi, promettere voti, varcare le stanze dei Palazzi che contano grazie a un tesserino fornitogli privo di fotografia, che gli permetteva inoltre di accedere a Montecitorio e nella sede della Dc all’Eur, con la grazia di chi sa di essere intoccabile.
Saltano fuori tutti i nomi dei collusi della Dc campana, coinvolti nel caso Cirillo: a iniziare da chi siede in Parlamento passando per chi aspira a un posto nel Governo per finire con la colletta prommossa per pagare il riscatto e liberare Cirillo dalle Br; si ipotizza il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso per il gotha della classe dirigente campana.
E’ uno scrosciare di intonaci, rotolare di tubi d’acciaio: crolla l’impalcatura di un’Italia, che si ritrova sommersa dalle macerie della Prima Repubblica e pronta per il ventennio berlusconiano.

L'ex assessore regionale Ciro Cirillo
L’ex assessore regionale Ciro Cirillo

Si scopre tra l’altro che quel «Giardino romantico» a Massa Lubrense, dietro il nome cheap, nasconde anche un contrasto per l’acquisto tra Alfonso Rosanova senior, e due parlamentari dell’epoca – molto potenti – tanto che il «nostro» è pronto a uccidere entrambi, perché sospettati di aver violato il codice di rispetto alla base dei rapporti con un padrino degno di tale nome.

Ma i nemici di Alf ormai non si contano più, e nemmeno il tempo è più dalla sua parte. La parabola ascendente iniziata con l’incontro con un giovane Raffaele Cutolo in carcere, nasconde un ineluttabile precipizio.

Quel tempo che conferisce solidità alle storie, e peso agli errori resi definitivi, inerti, lo inchioda in una notte tarantiniana di stupore. Come molti altri nomi che compongono questa storia, adesso dorme, dorme sulla collina.