di Giancarlo Tommasone

Neanche i bambini, la camorra è il male e non li risparmia. Non importa se li colpisca per errore, come è accaduto nel caso di Noemi; nell’ottica degli assassini sono ostacoli, che si trovano davanti e vanno superati. Abbattuti. Scavalcati. E’ la condotta delle bestie sanguinarie, che hanno perso ogni barlume di umanità e che si fanno strada nell’abisso in cui hanno deciso di vivere.

I killer, la mattina del 9 aprile scorso, sapevano che nella macchina c’era un bimbo, ciononostante, non si sono fermati, anzi, secondo gli inquirenti, le vittime quel giorno, sarebbero potute essere tre e non soltanto una. E non per uno sbaglio; «la pluralità e direzione dei colpi, l’idoneità dell’arma e la condotta degli indagati, pregressa e successiva rendono ipotizzabile anche il tentativo (di colpire, ndr) nei confronti del piccolo», è scritto nel decreto di fermo emesso nei confronti di vertici e gregari dei D’Amico-Mazzarella.

Quasi un mese fa, nei pressi della scuola
elementare Vittorino da Feltre, di San Giovanni a Teduccio, si è consumato il delitto di Luigi Mignano, 57 anni,
ritenuto affiliato al clan Rinaldi, organizzazione criminale
a cui era legato anche da vincoli di parentela.

Era infatti il cognato di Ciro Rinaldi, alias mauè, attualmente detenuto. Ma, scrive il pm nel decreto di fermo che lo scorso quattro maggio ha portato all’arresto di sette persone legate alla cosca D’Amico-Mazzarella (e che si oppone ai Rinaldi-Reale), «dopo aver attinto Mignano Luigi, che riceve il primo colpo al petto e si accascia subito al suolo, i killer esplodono altri 11 proiettili». L’obiettivo era stato raggiunto, ma si continua a sparare. «Ulteriori 11 colpi, tutti ad altezza uomo, alcuni dei quali hanno attinto l’autovettura Renault Clio di Pasquale Mignano (figlio di Luigi, e ferito alla gamba nel corso dell’agguato) infrangendo il lunotto posteriore».

In quell’auto, si trova un bambino di 4 anni
(il figlio di Pasquale), che si accovaccia, trovando
riparo sotto il sedile anteriore, lato passeggero.

«Appare evidente – scrive il pm nel decreto di fermo – che sia gli indagati addetti al servizio di osservazione, che i killer, abbiano notato tutti i movimenti di Luigi e Pasquale Mignano e del piccolo che era insieme a loro» e quindi si siano «resi conto, non solo della presenza di Pasquale, che accompagna Luigi, ma anche del nipotino di quest’ultimo», che entra nell’abitacolo della Renault.

Inoltre, riferendosi ai contenuti delle conversazioni dei familiari di Luigi Mignano (captate all’interno della Questura), il pubblico ministero sottolinea come avessero percezione gli astanti (di cui vengono intercettati i dialoghi) che la condotta seguita da chi fa fuoco fosse tale «da ritenere che gli esecutori materiali avessero intenzione di colpire tutti i presenti (destinatari del raid)». Tra i presenti, appunto, c’era pure un bambino, che ha rischiato di essere ferito, e di perdere la vita, e non per errore, perché chi ha aperto il fuoco, lo ribadiamo, sapeva bene che nell’auto si trovasse un bimbo, e non ha esitato a sparare, ad altezza uomo, all’indirizzo della Renault Clio.

Nel frattempo, nella giornata di ieri, il giudice per le indagini preliminari, Valeria Montesarchio, del Tribunale di Napoli, ha convalidato il fermo ed emesso ordinanza di custodia cautelare in carcere per il presunto boss Umberto D’Amico e per gli altri presunti esponenti della cosca, accusati dell’omicidio di Luigi Mignano e del ferimento del figlio Pasquale. Il provvedimento di fermo della Dda eseguito dai carabinieri ha riguardato, oltre al citato Umberto D’Amico, Umberto Luongo, Gennaro Improta, Ciro Rosario Terracciano (ritenuto l’autore materiale del delitto), Salvatore Autiero, Giovanni Musella e Giovanni Borrelli.

Quest’ultimo, a differenza degli altri, non risponde
del reato di omicidio ma di favoreggiamento
aggravato dalla matrice camorristica, per essersi
disfatto dell’arma usata per il raid.

A far parte del commando di morte anche un’altra persona, che guida lo scooter, in sella del quale viaggia anche l’esecutore dell’omicidio. Parlavamo di assassini che non si fermano più davanti a niente e allora fa specie annotare, come a quello che si ritiene essere il mandante del delitto, Umberto D’Amico, detto ’o lione, appena sei giorni dopo l’agguato, sia nato un figlio.