di Giancarlo Tommasone

Soldi, tanti soldi, mazzette da decine di migliaia di euro, impacchettate con cura e riposte, non si sa da quanto, in una intercapedine ricavata in un muro a scomparsa. E un post-it giallo, con un nome scritto a penna. E’ il «tesoro» oscuro di Adolfo Greco, l’imprenditore di Castellammare di Stabia arrestato lo scorso 5 dicembre nell’ambito dell’operazione Olimpo e accusato di tentata estorsione aggravata.

L’inchiesta guidata dal pm Giuseppe Cimmarotta e coordinata
dal procuratore antimafia, il vicario Giuseppe Borrelli,
ha portato a una quindicina di arresti e a 21 indagati in totale.

Quattro i clan contro i quali è stata condotta l’operazione, cosche dell’area stabiese: D’Alessandro, Cesarano, Afeltra, Di Martino. Organizzazioni che si spartiscono e più spesso si contendono la gestione degli affari illeciti, per fare soldi, tanti soldi. Come quei 2,7 milioni di euro scoperti dagli uomini della Mobile nella casa dell’imprenditore del latte, grazie all’utilizzo di una microcamera termica. Ma il tesoro di Greco, dalle scorse ore è un po’ meno misterioso, perché gli investigatori sono riusciti a risalire a chi apparterrebbe il nome sul post-it giallo che «accompagnava» un voluminoso pacchetto da 25mila euro.

Le ipotesi della Mobile sono state riportate
in una informativa inoltrata al pm Cimmarotta
.

Quel nome corrisponderebbe a quello di un imprenditore, col quale Adolfo Greco sarebbe stato in affari. Un imprenditore del latte, come Greco. Ma cosa indicherebbe quel nome, quella «sigla in calce» a un ricco pacchetto di banconote? Per gli uomini della Mobile individuerebbe chi ha inviato la tangente. Destinatario della mazzetta? Adolfo Greco. Secondo le ipotesi degli investigatori, quest’ultimo, insieme ad altri «colleghi» del comparto caseario avrebbe attuato un sistema per rivendere – va da sé, completamente in nero – partite di latte che erano destinate alla distruzione.

I soldi ricavati da tale operazione sarebbero
finiti a rimpinguare i «fondi neri» dell’imprenditore stabiese.

Ma altra parte del «tesoro» proverrebbe – ipotizzano sempre gli inquirenti – da voci falsificate in bilancio e da affitti riscossi (senza dichiarare alcunché) di immobili che fanno parte dei beni riconducibili alle società di famiglia. Nel frattempo l’azione della magistratura continua pure sul fronte dell’escussione degli imprenditori, che secondo l’accusa, sarebbero stati taglieggiati e i nomi dei quali sono spesso riportati nel faldone dell’ordinanza prodotta contro i clan dell’area stabiese.

Lo scorso 12 dicembre è stato ascoltato in Procura, un 40enne, che ha risposto a domande circa l’assunzione presso la sua attività di un giovane parente del boss Paolo Carolei. «Almeno un anno prima della telefonata (intercettata, quella del 23 ottobre del 2015) di cui mi parla (si riferisce al pm), incontrai per caso in un bar di Castellammare dove mi ero recato a fare colazione, Michele Carolei (fratello di Paolo). Nell’occasione, siamo nel 2014, ma non sono in grado di riferire la data esatta, lo stesso mi chiese se mi poteva offrire un caffè e se c’erano novità relativamente all’assunzione del nipote presso uno dei nostri punti vendita, al che io risposi che avrei valutato questa richiesta tenendo conto che era in programma un’apertura di un nuovo punto vendita», spiega l’imprenditore al pm.

L’interrogatorio in procura di un 40enne intercettato
nell’ambito della inchiesta della Direzione antimafia

L’uomo a domanda risponde che in totale i colloqui con i Carolei sono stati quattro, durante uno di questi, i parenti del giovane da assumere lo avevano assicurato circa il fatto che il ragazzo fosse incensurato, ottimo lavoratore e che non aveva «niente da vedere con Paolo Carolei». Di quest’ultimo, l’imprenditore dice: «Mi risultava fosse un camorrista per averlo appreso da fonti aperte (fonti liberamente accessibili a chiunque), ma al di là di questo non ho mai conosciuto personalmente il predetto».

Circa l’assunzione del parente di Paolo Carolei, gli inquirenti
registrano anche l’interessamento di Adolfo Greco.

Che, dice l’imprenditore nel corso dell’escussione in Procura, «perorò la causa dei Carolei e qualche mese prima dell’apertura del nuovo punto vendita mi disse di valutare l’opportunità di assumere questo ragazzo in quanto valido lavoratore, licenziandolo nel caso in cui non fosse stato all’altezza». Il giovane, poi, fu effettivamente assunto.