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di Giancarlo Tommasone

Sono settimane febbrili quelle che si registrano sul versante dell’inchiesta della Dda contro la camorra stabiese. Nei giorni scorsi, presso la Procura, davanti al pm Giuseppe Cimmarotta, sono comparsi alcuni imprenditori (presunte vittime di estorsione o di tentativi di estorsione), il nome dei quali è finito nell’ordinanza (eseguita lo scorso 5 dicembre) che ha portato a più di una decina di arresti e all’iscrizione nel registro degli indagati di 21 persone.

Ma partiamo prima da un post-it giallo
con il nome di un imprenditore scritto
a penna e da diverse mazzette di banconote per un totale di 2,7 milioni di euro

E’ quanto è stato rinvenuto in una intercapedine, grazie all’utilizzo di una microcamera termica, nell’appartamento di Adolfo Greco, 68 anni, di Castellammare di Stabia. L’imprenditore Greco è in carcere da 14 giorni, arrestato proprio nell’ambito dell’operazione Olimpo, condotta contro i clan D’Alessandro, Cesarano, Afeltra e Di Martino.

La Dda è al lavoro per risalire
alla destinazione finale di quel denaro

Ipotizzano gli inquirenti, si tratti di una tangente da versare alla camorra. Ipotesi respinta dai difensori di Greco (Vincenzo Maiello e Michele Riggi), che hanno escluso, si possa inoltre considerare quel denaro, di provenienza mafiosa.

I legali di Greco hanno fatto riferimento a un’informativa della Squadra Mobile supportata da intercettazioni ambientali: quei soldi accumulati e nascosti da Greco sarebbero «fondi neri», provento di evasione fiscale. Nel frattempo, nella giornata di ieri, il Riesame ha respinto, per l’imprenditore, la richiesta di scarcerazione presentata da Maiello e Riggi. Resta detenuto in cella, l’accusa è quella di tentata estorsione aggravata. Ma torniamo agli imprenditori convocati in Procura e ascoltati dal pm Cimmarotta.

L’imprenditore convocato in Procura

L’undici dicembre scorso è stato escusso un uomo sulla cinquantina che a domanda ha risposto: «Da tempo Di Martino Luigi, detto “Il Profeta” mi cercava tramite persone che non saprei meglio identificare, di solito ragazzi, al che io rispondevo che se Di Martino mi voleva parlare, doveva recarsi in ufficio». All’epoca (siamo nel 2015), spiega l’imprenditore, Di Martino era libero perché «me lo riferivano i miei amici e i dipendenti; per altro mi arrivano messaggi sinistri, del tipo indicazioni sulle strade che percorrevo, le mie abitudini, al fine di farmi comprendere che ero pedinato».

In un caso c’è l’avvicinamento da parte di un ragazzo, «compresi – spiega l’uomo – che Di Martino Luigi aveva inviato un suo emissario per avere soldi, ma decisi di non aderire a questa richiesta estorsiva come del resto ho sempre fatto». Circa i tempi di detta richiesta estorsiva, l’imprenditore sottolinea: «Non sono sicuro di quando sia avvenuto questo fatto, sicché non so dirle (risponde al pm), se questa richiesta estorsiva c’è stata prima o dopo l’episodio della bomba collocata» davanti a una saracinesca di un esercizio commerciale da lui gestito.

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