Giandomenico Lepore

di Giancarlo Tommasone

Il ruolo dell’agente provocatore, l’opportunità di inserire la figura dell’infiltrato speciale in un’inchiesta giornalistica o della magistratura, la valenza e l’apporto di un tale tipo di strumento. Stylo24 ha rivolto al riguardo alcune domande all’ex capo della Procura partenopea, Giandomenico Lepore.

Lei è d’accordo sul ruolo degli agenti provocatori utilizzati nelle inchieste giornalistiche?
Assolutamente no. Di solito si utilizzano – in inchieste della magistratura – in fase di indagini, si tratta di pubblici ufficiali che rispondono di quanto fanno e non gli è permesso di intervenire. Debbono riferire tutto e non possono agire in modo, potremmo definirlo autonomo. Tanto è vero che per quanto riguarda le ultime vicende politiche, chi ha utilizzato agenti provocatori è stato indagato. Un tale tipo di scelta non è da me condivisa nemmeno dal punto di vista etico. Soprattutto nell’ambito di speculazioni che definisco, in un certo qual modo, elettorali.

Quali sono i limiti, quali sono le opportunità di un tale strumento?
L’utilizzo di un agente provocatore può servire ad avere l’elemento di prova che al momento manca, nei confronti di chi sono state già avviate delle indagini e si cerca la conferma di quello che già risulta dagli atti.

La sede della Procura di Napoli (Stylo24)
La sede della Procura di Napoli (Stylo24)

Riguardo all’uso dell’agente provocatore in indagini della magistratura? Si è mai prospettata la possibilità da parte sua di utilizzarlo?
In alcuni casi è necessario. Quando per esempio si tratta di acquisire elementi di prova circa l’esistenza di determinati reati. A me, però non è mai capitato di utilizzarlo, è un metodo che non ho mai sperimentato. Certo, può essere stata oggetto di valutazione anche qualche operazione con agente provocatore. Questo soprattutto in indagini di traffico di stupefacenti all’estero che si ipotizzava potessero entrare in Italia. Ipotesi solo vagliate, ma mai quando ero pubblico ministero.

Come giudica un’operazione come quella condotta da Fanpage?
Onestamente, a me non è piaciuta. A prescindere dai soggetti – non mi interessa chi essi siano –  ma proprio come operazione giornalistica. Il giornalista deve avere un atteggiamento molto corretto nei confronti di altre persone, cosa che io ho sempre stimato e apprezzato nei giornalisti napoletani. 

L’ex boss delle ecomafie, Nunzio Perrella

Un’inchiesta giornalistica può essere d’aiuto alla magistratura?
Assolutamente sì. Una volta c’era il cosiddetto giornalismo investigativo attraverso il quale si portavano avanti delle vere e proprie indagini. Si prendeva uno spunto da un tema e si cercavano elementi nuovi. Questo era di grandissimo aiuto anche alla magistratura. Cosa, oggi, molto molto rara. Oggi, a causa della velocità a cui è sottoposto anche il giornalismo, è limitata la possibilità di controllo da parte degli stessi operatori dell’informazione riguardo alla notizia. Il giornalista deve essere indagatore e non provocatore.

Come vede Nunzio Perrella nel ruolo di agente provocatore?
Perrella l’ho conosciuto, anche se con me non mai ha lavorato. Ha dato un contributo a diverse indagini della magistratura, ma vederlo ricoprire il ruolo di agente provocatore mi sembra un po’ troppo.