di Enza Angela Massaro

C’erano una volta i quartieri-Stato, grossi e brutti agglomerati urbani in cui la vita degli abitanti trascorreva con un unico imperativo: sopravvivere alla povertà e combatterla a tutti i costi (soprattutto delinquendo). Nati negli anni Ottanta, in seguito alla legge edilizia n° 219 del 14 maggio 1981 per fronteggiare l’emergenza del terremoto irpino di un anno prima, queste «piccole» ma assai complesse realtà divennero ben presto luoghi di spaccio, prostituzione e traffici illeciti gestiti dalle maggiori organizzazioni criminali dell’epoca.

Il quartiere Forcella a Napoli
Il quartiere Forcella a Napoli

Il primo a definirli «quartieri-Stato» fu però il giudice napoletano Corrado Guglielmucci che, in una ordinanza del 1986, scrisse e descrisse qual era la situazione in cui s’imbatteva un osservatore del momento: «Proliferano ordinamenti paralleli basati sulla sopraffazione, esercitata con l’intimidazione diffusa sul territorio. Trattasi di poteri con un programma economico prioritario costituito dall’accumulazione, massiccia, di beni nelle mani di ristrette gerarchie, con il coinvolgimento di ceti a ciò funzionali. Questi possono individuarsi in quelle fasce culturalmente deboli, “suggestionabili” dal programma di facile accumulazione e dai segni rituali suppletivi di un patrimonio ideologico fondato su autentici valori etici».

Uno scorcio dei Quartieri Spagnoli
Uno scorcio dei Quartieri Spagnoli

E ancora: «Il fenomeno camorristico, così inteso, è presente in città nei Quartieri Spagnoli ed a Forcella. Ragioni storiche, di non facile lettura, ma rintracciabili nello stesso schizofrenico sviluppo economico della città, fanno sì che in detti quartieri-stato possano ravvisarsi tutte le connotazioni del contropotere camorristico».

I quartieri-Stato suddivisi per aree

Dalla definizione di Guglielmucci possiamo ricavare come quello dei quartieri-Stato sia un mondo con le sue regole e i suoi linguaggi, inizialmente individuato in due specifici rioni (i Quartieri Spagonoli e Forcella, appunto) ma ben presto estesosi anche in altre aree del capoluogo e della sua provincia. Dividendo il territorio metropolitano in tre vaste macroaree, potremmo dire che esempi di quartieri-Stato a Napoli Nord possono essere: il Rione Salicelle (Afragola), il Parco Verde (Caivano) e le Palazzine (Melito). A Napoli città, invece, potremmo pensare a Scampia, Ponticelli e – ancora – a Forcella. Mentre a Napoli sud non sbaglieremmo a indicare il rione di Scanzano (Castellammare di Stabia), il Quadrilatero delle Carceri (Torre Annunziata) e Resina (Ercolano).

Il Rione Salicelle ad Afragola
Il Rione Salicelle ad Afragola

Ogni area presenta tratti tipici delle sottoculture criminali in cui vivono soggetti che commettono delitti in modo continuativo e professionale e sono inseriti in un particolare «welfare assistenziale» con fondi provenienti dallo spaccio di stupefacenti. Il «mutuo soccorso» è determinato dalle leggi stabilite dal clan dominante che varia in base all’area di riferimento. Ecco perché si parla di quartieri-Stato: il sistema segue le logiche di un «sistema autarchico» il cui il crimine rappresenta la fonte principale, se non esclusiva, di reddito e tra coloro che si spartiscono il territorio esiste una cooperazione a prescindere dall’esistenza di un vincolo associativo. A tal punto forte da far scattare un meccanismo di solidarietà e protezione reciproca.

Le inchieste che hanno smantellato le cosche

Il boss della Nco, Raffaele Cutolo nel corso di un’udienza in tribunale

Col tempo, grazie alle inchieste che hanno condotto in galera i capi della Nuova Camorra Organizzata di don Raffaele Cutolo, e che hanno prodotto lo smantellamento della Nuova Famiglia, dell’Alleanza di Secondigliano, del Clan Misso e dei Giuliano, oltre che del network criminale dei Mazzarella, dei Sarno, e dei De Luca Bossa, le cose sono cambiate. Negli ultimi quindici anni le organizzazioni criminali hanno subito un processo di continua ricostruzione dei propri assetti organizzativi e alla loro evoluzione si sono adattati anche i quartieri-Stato.

Dunque, la domanda è: oggi avrebbe ancora senso chiamarli così?

(1-continua)