La sede dell'Autorità di sistema portuale del Mar Tirreno Centrale

di Giancarlo Tommasone

Acque agitate quelle del porto di Napoli. L’inchiesta principiata nel 2016 dal pubblico ministero Henry John Woodcock, e poi affidata alle pm Ida Frongillo e Valerla Sico (che si trovano a coordinare le indagini della Guardia Costiera, con l’aggiunto Vincenzo Piscitelli) rischia di avere una pesantissima ricaduta sull’assetto organizzativo dello scalo partenopeo e sull’Adsp del Mar Tirreno Centrale.

Nei prossimi giorni, gli atti saranno inviati
alla Procura presso la Corte dei conti,
poiché si prevede anche un danno erariale.

Lo scorso lunedì un’onda possente, come di rado sono visibili nel Golfo partenopeo, si è abbattuta con tutta la sua forza su Piazzale Pisacane. Una volta ritiratasi ha fatto emergere una situazione allarmante. Le accuse contestate agli indagati sono, a vario titolo, quelle di associazione per delinquere finalizzata alla commissione dei reati di corruzione, turbativa d’asta e frode in pubbliche forniture.

Il pm John Henry Woodcock

Sei persone sono finite ai domiciliari, si tratta di Gianluca Esposito, funzionario dell’Ufficio Manutenzioni area tecnica dell’Authority di Napoli (nominato rup in molte gare di appalto bandite dall’Adsp) e degli imprenditori Pasquale Ferrara, Pasquale Loffredo, Pasquale Sgambati, Giovanni Esposito, Alfredo Staffetta. Una settima misura di interdizione dai pubblici uffici, della durata di un anno, è stata applicata nei confronti di Emilio Squillante, ex segretario generale dell’Autorità portuale. Gli altri indagati sono gli ex funzionari dell’Authority, Giancarlo D’Anna e Eugenio Rinaldini; Carmine Ferrara (legale rappresentante di Ferrara Costruzioni Marittime e Terrestri Srl); Rosario Gotti (funzionario Area tecnica dell’Adsp); il rup Umberto Rossi; il rup Gennaro Cammino; Carmine Calandra (direttore tecnico e socio dell’impresa Imeco Srl); Marco Iannone (persona di fiducia di Pasquale Ferrara); l’imprenditore Mariano Ferrara (fratello di Pasquale).

Il procedimento ha ad oggetto una serie di episodi relativi all’affidamento di lavori assegnati dall’Autorità portuale di Napoli (nel periodo 2013-2017) a una stretta cerchia di imprenditori, tutti, secondo l’accusa, facenti capo a un «sistema» guidato da Pasquale Ferrara, considerato vero e proprio «deus ex machina» della presunta attività illecita.

I riflettori cominciano ad accendersi sul porto, a gennaio del 2016, in seguito alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Alfonso Mazzarella, che racconta delle infiltrazioni e delle attività criminose del clan Mazzarella all’interno dello scalo partenopeo.

Una veduta aerea del porto di Napoli

Inizia una operazione di intelligence, che fa
emergere poco dopo il nome di Giancarlo D’Anna.

L’ex funzionario è la chiave dell’inchiesta, perché è quello che parla. E’ il 4 maggio del 2017, quando D’Anna si sottopone a interrogatorio, ammettendo proprie responsabilità e facendo i nomi di funzionari e di imprenditori, che come lui, facevano parte del giro di corruttori e corrotti presenti nello scalo partenopeo. In particolare, l’ex funzionario fa i nomi di Pasquale Ferrara, Pasquale Loffredo e Giovanni Esposito, e spiega quando e in che modo aveva avuto da questi ultimi somme di denaro, in un periodo che va dal 2014 al 2017.

Arriverà a ricevere 40mila euro
(che gli sono stati sequestrati).

«Allo scopo di pilotare le gare d’appalto – spiega D’Anna agli inquirenti – redigevo un elenco di ditte che mi venivano direttamente e preventivamente fornite dagli imprenditori dai quali ricevevo denaro». Ma come faceva D’Anna per consentire l’utilizzo della procedura negoziata? «Redigevo una delibera nella quale formalizzavo l’urgenza per l’effettuazione del lavoro – spiega l’ex funzionario – Ciò mi consentiva di inserire l’elenco delle ditte precedentemente fornitemi dai succitati imprenditori ‘amici’». Va da sé, come sottolinea lo stesso D’Anna, che alcune procedure negoziate, come ad esempio quella relativa alla «manutenzione straordinaria dell’impianto di illuminazione portuale o degli edifici demaniali, erano emergenze create ad arte».

Giovanni Melillo, procuratore della Repubblica di Napoli
Giovanni Melillo, procuratore della Repubblica di Napoli

Per quanto riguarda le dazioni di denaro (il 10% sul totale dell’ammontate dei lavori assegnati), vere e proprie tangenti, l’ex funzionario conferma i dati emersi dalle attività di intercettazione ambientale (grazie a delle cimici piazzate non solo nella sede dell’Autorità portuale di Napoli, ma pure nelle vetture di alcuni indagati).

Gli imprenditori effettuavano i versamenti
all’interno delle auto, vedendosi spesso alle spalle
di un supermercato di Via Argine.

«Ho ricevuto da Pasquale Ferrara anche alcuni blocchetti di buoni benzina da cento euro l’uno. Ne ho ricevuti tre per volta in almeno tre o quattro occasioni», racconta l’ex funzionario che collabora con gli inquirenti. Si faceva sempre attenzione a non nominare la parola soldi, e dunque gli indagati parlano di «cosi… giocattoli… pezzi… saldature… ricambi». E addirittura di bottiglie di profumo. Ad esempio, usa questo tipo di immagine, Gianluca Esposito, il cui nome viene fatto proprio da D’Anna, che dice agli inquirenti come il collega abbia la sua stessa condotta dal punto di vista dell’affidamento degli incarichi a imprenditori ‘amici’, in cambio di soldi.

Esposito è intercettato in auto
con Pasquale Ferrara, il 10 agosto del 2016.

I due, è annotato nell’ordinanza a firma del gip Federica De Bellis, «discutono sul versamento di tangenti in relazione ai lavori verosimilmente già affidati e da affidare al predetto imprenditore». A un certo punto emerge un intoppo e quando Ferrara chiede a Esposito di dargli una mano, quest’ultimo gli fa presente che i «ricambi» non sono ancora arrivati (nel linguaggio utilizzato è secondo gli inquirenti la tangente che tarda ad essere versata). Al che Ferrara afferma che non appena i tempi miglioreranno, gli regalerà una bella bottiglia di profumo.

Tornando all’inchiesta, Esposito è indagato
per corruzione e frode in pubbliche forniture,
nell’ambito di un appalto da 679mila euro.

Si tratta dei lavori di manutenzione straordinaria dell’impianto di illuminazione all’interno dello scalo marittimo. A Esposito, finito ai domiciliari, sono stati sequestrati anche 60mila euro (considerati l’ammontare delle tangenti che avrebbe ricevuto). Nell’inchiesta compare pure il nome del presidente dell’Autorità di sistema portuale del Mar Tirreno Centrale, Pietro Spirito.

Il numero uno di Piazzale Pisacane
non è indagato, è bene sottolinearlo.

Nei prossimi giorni, potrebbe però essere ascoltato dai pm come persona informata sui fatti, nell’ambito di una presunta turbativa d’asta ipotizzata a carico di Emilio Squillante. Al centro della vicenda l’aggiudicazione di una concessione per l’utilizzo esclusivo, alla Ttt Lines, del manufatto Ex Cogemar. Secondo gli inquirenti, nonostante la Snav avesse presentato un progetto più idoneo per l’utilizzo del manufatto annesso alla banchina, sarebbe stata preferita, e agevolata attraverso «forzature», la società dell’armatore Alexis Thomasòs. Pietro Spirito è intercettato al telefono (a dicembre del 2017) mentre parla con la funzionaria Maria Teresa Valiante (compagna di Squillante), alla quale dice che è stato «deliberato Ttt lines» e la invita a «firmare rapidamente la concessione», prima del cambiamento della legge, che avrebbe potuto – ipotizzano gli inquirenti – mutare l’iter della pratica che si stava seguendo.

Pietro Spirito, presidente dell’Adsp MTC

Per questa vicenda, oltre a Valiante, risultano indagati sia Squillante, che il referente della Ttt Lines, Marco Majorano. A quet’ultimo, Squillante avrebbe fatto visionare documenti riservati, inerenti alla pratica in oggetto.