Il boss Pietro Lago

Una fortuna illecita costruita con gli stessi mattoni e con lo stesso cemento con cui sono stati edificati, spesso nel giro di pochissimi giorni, palazzoni e masserie abusive nelle povere lande di Pianura. Un territorio “vergine”, su cui si è allungata negli anni l’ombra inquietante dei fratelli Lago: palazzinari e camorristi. A tal punto ricchi, raccontano le voci di strada, da non sentire la necessità di entrare nel business del narcotraffico, evitando così problemi con le cosche rivali e con le forze dell’ordine.

Il boss Pietro Lago
Il boss Pietro Lago

Il personaggio più pericoloso del clan è certamente Pietro Lago, condannato in Cassazione all’ergastolo per omicidio e morto in clinica, per un tumore, nel novembre 2014. Coinvolto nella maxi-inchiesta del 1983 contro la Nuova famiglia, viene indicato nei rapporti giudiziari come luogotenente, per Pianura e Soccavo, del padrino Antonio Bardellino. Nel 1984, sulla base di un rapporto firmato dall’allora colonnello dei carabinieri Giosuè Candita, futuro comandante della polizia municipale di Napoli, viene emesso nei suoi confronti un provvedimento di divieto di soggiorno nell’Italia centro-meridionale e insulare, che lo confina per tre anni in uno sperduto paesino in provincia di Alessandria. Le indagini a suo carico, però, continuano e delineano scenari di violenza e sopraffazione nei quartieri dell’area occidentale, in cui la sua banda impone il pagamento di esose tangenti a imprenditori e piccoli commercianti.

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Antonio Bardellino

Nel 1986 viene condannato a quattro anni e mezzo di carcere per abusivismo edilizio. Il giudice della decima sezione penale del tribunale lo riconosce capo e promotore di un’organizzazione tentacolare, che lottizza i terreni, li intesta a compiacenti prestanome e fornisce la manodopera e i materiali necessari per la costruzione di decine, centinaia di vani, sorvegliando i lavori e intervenendo laddove necessario (con la violazione dei sigilli, ad esempio).

Sfuggito all’operazione “Marco Aurelio” del 1992, viene arrestato due anni dopo a Quarto, dove viveva nascosto in un soppalco. Anche le accuse, col tempo, si sono evolute. Nelle informative delle forze dell’ordine non si parla più di cemento selvaggio e di violazioni dei vincoli urbanistici, ma di una lunga sfilza di omicidi.

Da quel momento, Pietro Lago, soprannominato ’o ciore, il fiore, diventa protagonista di un’altalena giudiziaria che lo porterà a lasciare il carcere per tre volte, negli anni successivi, fino al definitivo arresto del 15 dicembre 2004, quando gli agenti della Squadra mobile di Napoli lo individuano in un appartamento di via Annibale Ruccello. Lago era stato condannato da pochi giorni al massimo della pena per l’uccisione di Giustino Perna, avvenuta a Napoli il 30 aprile 1999.

Mario Lago
Mario Lago

A reggere l’organizzazione, durante le latitanze e le detenzioni del capoclan, sono stati i fratelli Giorgio, Mario e Carmine, coinvolti e condannati a loro volta per numerosi episodi di racket, uno dei quali – accertarono gli inquirenti – vide vittima il titolare della società edile impegnata nella costruzione del tunnel della ferrovia Cumana tra Quarto e Pianura.

Giorgio Lago
Giorgio Lago

Le indagini patrimoniali – che negli anni hanno affiancato e rafforzato quelle sull’ala militare della banda – sono sfociate in numerosi sequestri di beni, come quelli che portarono, sul finire degli anni Novanta, all’apposizione dei sigilli dell’autorità giudiziaria a sette lussuosi appartamenti, una villa circondata da ettari di terreno e frutteti, dodici terreni, quattro autorimesse, 63 trilocali, undici autovetture, quattro negozi e sei società. Il valore complessivo del tesoro sequestrato al clan era di oltre quindici miliardi di lire.

Il boss sulla brandina in consiglio comunale

I cinque anni di confino, al nord Italia, non iniziarono nel migliore dei modi per Mario Lago. Era il giugno 1988 e il reggente della cosca di Pianura era stato appena scarcerato dopo una lunga detenzione, in attesa del processo per associazione camorristica e racket.

L’unico hotel di Rovolon, in provincia di Pavia, si rifiutò, infatti, di fittargli una stanza e a nulla servì la mediazione del sindaco, al quale l’albergatore rispose con queste parole: «Se mi costringe a fittargli una stanza, io rinuncio alla licenza».

La soluzione, alla fine, fu costretto a trovarla lo stesso primo cittadino, facendo allestire nella sala del consiglio comunale una piccola branda su cui, per alcuni giorni, dormì l’ospite indesiderato.

Tutti i tentativi di trovare un appartamento, o una stanza in fitto erano stati vanificati dal muro di diffidenza dei residenti nei confronti del boss. Lo sconsolato sindaco si arrese con queste parole: «Lo Stato chiede di riabilitare il confinato, di inserirlo nella comunità e per contro gli offre solo 90mila lire per vivere».