venerdì, Dicembre 3, 2021
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Dalle feste nei night ai salti nel vuoto dalle finestre

Il personaggio più rappresentativo della cosca dei “faiano”, è certamente Ciro Di Biasi. Sfuggito a un agguato il 16 maggio 1990, nel night “San Francisco”, in piazza Municipio, in cui viene ucciso il suo guardaspalle Umberto Festa, diventa in pochi anni l’antagonista principale del clan Mariano, al quale contende i traffici illeciti nei Quartieri Spagnoli e nella zona di Montesanto. La sua carriera criminale è caratterizzata da numerosi arresti e altrettante scarcerazioni e obblighi di soggiorno al nord, ai quali il boss difficilmente si attiene.

Ciro Mariano
Ciro Mariano

Come capo è in realtà atipico, perché non disdegna di scendere in strada in prima persona a regolare i conti e a taglieggiare le vittime del racket, come dimostra l’indagine a suo carico, risalente al giugno del 1993, nella quale si racconta del sistema utilizzato da Di Biasi per estorcere denaro e gioielli a ballerine extracomunitarie, facendole dapprima avvicinare dalla propria compagna marocchina, con l’intento di metterle in guardia da lui, e poi minacciandole, pistola in pugno, per derubarle dei preziosi. Condotta, peraltro, non nuova visto che, già negli anni Ottanta, il boss era finito in manette perché non aveva pagato sontuosi banchetti in uno dei più noti ristoranti di Chiaia, a cui erano invitate decine di persone.

Insieme a lui, al vertice del clan ci sono i fratelli Gianfranco e Antonio, entrambi deceduti in circostanze drammatiche.

Il primo si toglie la vita, nel dicembre del 1997, lanciandosi dal primo piano dell’Hotel Potenza, alla Ferrovia, dove ha fittato una stanza. Ma è un suicidio che desta subito perplessità tra gli inquirenti, vista l’abilità della vittima nei salti e nelle fughe. Gianfranco Di Biasi, infatti, era stato protagonista, appena un anno prima, di una rocambolesca evasione dal commissariato di Montecalvario con ancora le manette ai polsi. Spinto a terra un ispettore, l’uomo era saltato in strada passando attraverso una finestra aperta. Gianfranco Di Biasi, soprannominato ’o pazzo, verrà catturato, due mesi dopo, in spiaggia a Scauri, da dieci poliziotte in tuta da jogging.

Il secondo, invece, viene ammazzato nel maggio del 1998, mentre si appresta a salire nella sua auto, davanti all’abitazione in via Portacarrese, a Montecalvario. L’uomo, che all’anagrafe di camorra era conosciuto con il soprannome di “pavesino”, non ha via di scampo. Il vicolo cieco nel quale è parcheggiata la sua Fiat Uno gli impedisce qualsiasi possibilità di fuga. Erano passate appena nove ore dall’agguato a Luigi Vastarella, capozona della Sanità per conto dell’Alleanza di Secondigliano, trucidato sulle scale del commissariato Dante, dopo la firma nel registro dei sorvegliati speciali.

La guerra tra le bande dei Quartieri, agli inizi degli anni Novanta, vede protagonista anche la figura di Salvatore Terracciano, soprannominato ’o nirone, coinvolto nell’inchiesta sulla strage del Molosiglio dal pentito Pasquale Frajese, quale killer del clan Mariano. Assolto da quell’accusa, Terracciano – insieme alla sorella Anna, detta ’a masculona, e al fratello Franco – darà vita a una propria organizzazione, attiva nel rione della Pignasecca nella gestione nella vendita di droga, nel racket e nell’usura, ritenuta dagli inquirenti vicina agli scissionisti dei Quartieri Spagnoli, capeggiati da Antonio Ranieri e Salvatore Cardillo.

Anna Terracciano al momento dell'arresto avvenuto nell'aprile 2006
Anna Terracciano al momento dell’arresto avvenuto nell’aprile 2006

Di Salvatore Terracciano si occuperanno le cronache giudiziarie l’8 giugno del 1992, quando i residenti del Comune di Pietramelara, in provincia di Caserta, scendono in piazza contro il soggiorno obbligato del boss. Dirà il sindaco: «Bisogna revocare il provvedimento del Tribunale, perché la gente ha paura delle conseguenze che potrebbero derivare al nostro piccolo centro dalla presenza di un elemento della malavita organizzata napoletana». Ma Terracciano si era già dato alla macchia.

L’ascesa al potere del clan Di Biasi è contrassegnata da lutti e violenze che non risparmiano nemmeno gli anziani genitori dei boss. Una lunga catena di rappresaglie e vendette che giungono al termine soltanto con l’annientamento dei rivali.

Le alleanze che il gruppo di Montesanto riesce ad allacciare derivano tutte, in realtà, dalla contrapposizione frontale ai Mariano, la famiglia malavitosa più potente dei Quartieri Spagnoli, secondo il vecchio principio: il nemico del mio nemico è mio amico.

Negli anni Ottanta, nascono così i rapporti con gli scissionisti del clan Mariano e con la nascente organizzazione delle Teste matte, che provano a ridimensionare il potere dei Picuozzi a suon di attentati e omicidi; mentre in tempi più recenti, le informative delle forze dell’ordine parlano di un rinnovato interesse dei Sarno e dei Misso nei confronti delle nascenti organizzazioni che, reclutando i vecchi soldati di strada, tentano di imporsi in un territorio ad altissima densità criminale. Gli equilibri sono però talmente fragili e fluidi da rendere impossibile una mappatura reale degli accordi criminali esistenti tra i diversi sodalizi.

Una foto d'archivio del boss, oggi pentito, Ciro Sarno
Una foto d’archivio del boss, oggi pentito, Ciro Sarno

Sul fronte delle rivalità, invece, il discorso è ancora più complesso, perché i Di Biasi non solo devono sostenere la guerra contro il cartello dei Mariano, che possono godere dell’appoggio dei Giuliano di Forcella e dei Licciardi-Contini di Secondigliano, ma sono costretti a ribattere, colpo su colpo, pure all’offensiva del gruppo Russo. Una contrapposizione, iniziata come una vera e propria faida familiare, che si trasforma in una mattanza, da una parte e dall’altra. Perché, ad appoggiare i Russo, nei Quartieri Spagnoli, agli inizi degli anni Duemila, si insediano alcune famiglie di pregiudicati del Cavone, fedelissimi del boss Ciro Lepre.

L'ex boss di Forcella, Luigi Giuliano
L’ex boss di Forcella, Luigi Giuliano

Il clan Lepre, che comanda la zona tra piazza Dante e piazza Mazzini, cerca infatti di riconquistare posizioni nel dedalo di vicoli a ridosso di via Toledo dopo la scissione, avvenuta alcuni anni prima, ad opera di Salvatore Piccirillo, cognato dei Mariano, che assicurava alla cosca una stabile posizione di supremazia nei quartieri di Chiaia e dell’Avvocata. Un’alleanza, quella tra i Lepre e i Russo, che viene ulteriormente rafforzata dal matrimonio che unisce il figlio di Domenico Russo, soprannominato Mimì dei cani, e la figlia di Ciro Lepre.

Il boss Ciro Lepre, detto ’o sceriffo
Il boss Ciro Lepre, detto ’o sceriffo

Lo scontro si allarga così ad altre aree della città, finendo per coinvolgere finanche gli affiliati alla cosca dei Frizziero, decimata dagli arresti e dalle inchieste della magistratura. Una inchiesta del gennaio del 2004, condotta dal pm Raffaele Marino, descrive proprio la convergenza di interessi criminali tra i Di Biasi e i Frizziero per la gestione del malaffare nell’area della Torretta e di Mergellina. Un business che fa gola a tante organizzazioni, pronte a sfidarsi a viso aperto nel bel mezzo della città.

 

(2-fine – leggi la PRIMA PARTE)

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