Mario Polese, vicepresidente del consiglio regionale della Basilicata

Risulta ormai indispensabile mettere mano alla riforma del 2001

di Mario Polese

I rapporti tra Governo centrale e Regioni, dopo i primi anni di matrimonio felice solo diventati, per usare un eufemismo, poco idilliaci. Le tensioni più forti però, si sono mostrate proprio in questa fase di emergenza, con reiterate sfide sulle rispettive competenze. La popolazione ha quindi assistito, tra una diretta e l’altra dell’ex premier Conte, a veri e propri scontri su sanità, scuola, attività produttive e libera circolazione. Risultato? Decine e decine di ricorsi legali alla Corte costituzionale da una parte e dall’altra con fascicoli che in pochi mesi hanno superato i numeri che si erano sommati nei 20 anni precedenti di contenzioso stato-regioni e con anche il Tar chiamato agli straordinari per dirimere i contenzioni prodotti dalle ordinanze dei governatori o dai Decreti statali. Un passo indietro: istituite per legge nel 1970, infatti, le Regioni a statuto ordinario dovevano contribuire a stimolare la riflessione sull’ammodernamento e sullo sviluppo del Paese. Gli enti regionali erano considerati soggetti istituzionali importanti per concorrere al superamento del divario tra Settentrione e Meridione d’Italia e per accrescere lo sviluppo omogeneo delle condizioni di vita delle popolazioni dell’intero Paese.

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Nelle intenzioni un obiettivo virtuoso, che con il passare degli anni si è scontrato con la realtà e con un quadro reso ancora più complesso dalla Riforma del ‘Titolo V’ del 2001, che rafforzando il quadro della materia concorrente, ha ulteriormente articolato il raggio d’azione condiviso tra Governo e le Regioni. Uno scenario reso ancora più scivoloso dalla necessità di contrastare il contagio da Covid 19 con azioni repentine, all’interno però di una relazione spesso meno istituzionale e più politica. I presidenti di Regione infatti, sono parsi più attenti alle campagne elettorali o a strumentalmente riaffermare la propria leadership nei confronti dell’opinione pubblica locale, che a concentrarsi sulla opportunità delle azioni e sulla loro legittimità.

Conseguenza? Un vero e proprio caos con i cittadini a farne le spese e con inevitabili disparità tra un territorio e l’altro a fronte magari di numeri e caratteristiche simili. Per questo si rende indispensabile mettere mano alla riforma del 2001 su cui a dire il vero si era sviluppato un dibattito molto avanzato negli ultimi anni. Proposte per la verità sono giunte anche alla fine del 2021, con la “già maggioranza Conte” pronta a sostenere il rafforzamento del principio della clausola di supremazia, che avrebbe offerto allo Stato “il potere di legiferare anche su materie non di propria competenza, purché l’intervento fosse giustificato dall’interesse nazionale o da situazioni particolari”. Come appunto il contrasto alla pandemia e all’esercizio di potestà in materia di chiusura di scuole e di confini sia in entrata che in uscita. Il problema però è che il Covid 19 non comporta solo grande impegno sul fronte sanitario ed emergenziale per preservare la salute degli italiani, ma di fatto rende quasi impossibile procedere in corsa ad una modifica costituzionale così complicata.

In ogni caso, un primo punto a favore è stato segnato a favore dello Stato il 24 febbraio scorso, quando la Corte costituzionale ha esaminato nel merito il ricorso del Governo contro la legge della Regione Valle d’Aosta, che consentiva misure di contenimento della diffusione del contagio da Covid 19 diverse da quelle statali.  In attesa del deposito della sentenza, l’ufficio stampa della Corte costituzionale ha fatto sapere che “il ricorso è stato accolto limitatamente alle disposizioni con le quali la legge impugnata ha introdotto misure di contrasto all’epidemia differenti da quelle previste dalla normativa statale”. In buona sostanza, la Suprema ha ritenuto che il legislatore regionale, anche se dotato di autonomia speciale, non può invadere con una sua propria disciplina una materia, quale quella inerente le tutele da Covid 19, che, per diffusione a livello internazionale e perciò affidata interamente alla competenza legislativa esclusiva dello Stato.

In attesa delle motivazioni della sentenza è chiaro che questo potrebbe essere un vero e proprio spartiacque a favore del decisionismo statale. Un tema che con l’avvento dell’era Draghi potrebbe davvero cambiare le sorti della “guerra al Covid”.

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