lunedì, Novembre 29, 2021
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«Impossibile tenere un metro di distanza in cella: così rischiamo di morire tutti»

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Sui social network il grido d’allarme dei familiari dei detenuti nelle carceri campane.

di Letizia Laezza

L’emergenza Coronavirus non ha risparmiato nessuno degli ambiti della società: infiltratosi anche nelle carceri, il virus si espande pericolosamente considerati il sovraffollamento e la cattiva gestione delle norme sanitarie nelle strutture.

Questo lo stralcio di una lettera postata sui social che i detenuti del reparto 34 del carcere di Secondigliano hanno scritto rivolgendosi ad una serie di autorità nazionali e territoriali: “Come da norme ministeriali è stata chiesta una distanza di sicurezza minima obbligatoria, al fine di ridurre al minimo il rischio del contagio. Spiegateci però noi come facciamo a rispettare questa ‘benedetta’ distanza? Dunque vorremmo chiedervi un intervento tempestivo (…) Chiediamo a voi tutti il coraggio di deliberare una decisione che sia seria e radicale anteponendo il nostro diritto alla vita a qualsivoglia pregiudizio (…) Per questo vi chiediamo accoratamente di non essere dimenticati, per noi questo virus malefico significa morte sicura.

Non è questa l’unica missiva scritta dai reclusi dello stesso carcere – quello di Secondigliano –  per cercare di entrare in comunicazione con le autorità; direttamente indirizzata al garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello, quest’altra lettera espone senza mezzi termini circostanze e conseguenze: “Qui siamo in panico totale, abbiamo paura per la nostra vita, infatti ci siamo barricati nelle stesse sezioni sbarrando i cancelli per non dare accesso a nessuno (…) qui siamo stati l’unico penitenziario che non ha fatto nessun tipo di rivolta ma in data odierna non si può promettere più niente”.

Nel dispiegarsi di simili circostanze, la sera del 5 aprile 2020, quando il numero dei contagiati nelle carceri era arrivato a 236 (58 detenuti e 178 guardie), dopo aver appreso la notizia che anche uno dei loro compagni di detenzione sarebbe risultato positivo al tampone, un folto gruppo di detenuti del padiglione Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere –circa 150 – di ritorno dall’ora d’aria avrebbe inscenato una protesta che pare abbia pagata cara: sulla vicenda attualmente sta indagando la procura di Santa Maria Capua Vetere.  Sulla ferocia dell’aggressione che i detenuti avrebbero subito in seguito all’insubordinazione sono molti i parenti e le vittime stesse che si sono prestati a parlarne: alcuni di questi non avrebbero neanche preso parte alla sommossa, che raccontano, peraltro, essere stata non violenta, un’occupazione durata circa tre ore e mezzo.

Stando alle testimonianze delle vittime, il 6 aprile avrebbero fatto irruzione nel padiglione Nilo circa cento poliziotti in tenuta antisommossa, che avrebbero percosso i detenuti. Questi ultimi ritengono che gli agenti non sarebbero quelli che prestano regolarmente servizio presso la struttura, in quanto non avrebbero risparmiato di aggredire anche coloro che, scontata la pena entro qualche giorno, avrebbero potuto portare all’esterno del carcere le testimonianze dell’accaduto impresse sulla pelle. Violenze fisiche sostenute – secondo il racconto dei detenuti, tuttora al vaglio della magistratura – da presunte violenze psicologiche: i detenuti sostengono di essere stati spogliati, oltre che malmenati.

È inoltre importante specificare che non ci sono referti medici che testimoniano le aggressioni, ma è facilmente deducibile che sarebbe sufficiente dare un’occhiata a qualche filmato della videosorveglianza per prendere atto dei fatti eventuali; come probabilmente decideranno di fare gli inquirenti.  Il 9 aprile due parenti dei detenuti sono riuscite a farsi ricevere dal direttore del carcere per avere notizie certe sugli eventi e sullo stato dei propri familiari, che non sentivano da giorni, mentre fuori dilagava la protesta delle altre mogli. Ecco, di seguito, un altro stralcio di una lettera di familiari dei detenuti e delle detenute nelle carceri italiane rivolta alle autorità, resa pubblica sul web: “(…) negli ultimi giorni più persone “autorevoli” hanno avvisato della pericolosa escalation in corso all’interno delle carceri ed espresso l’urgenza di adottare delle misure d’emergenza che possano fare uscire numerosi detenuti “con urgenza”, ovvero senza gravare ulteriormente sui tribunali di sorveglianza. Sappiamo che bisognerebbe fare uscire circa diecimila detenuti per raggiungere la capienza massima all’interno degli istituti di pena, questo è quello cui auspichiamo.

Ma la voce non si alza solo da Santa Maria Capua Vetere:  già circa un mese fa le consorti dei carcerati a Poggioreale hanno tentato una protesta che è stata bloccata prontamente dalla polizia,  chiedendo l’indulto e l’amnistia visto lo stato di emergenza nonché le inesistenti misure di sicurezza contro il virus. Nel frattempo, i parenti continuano a cercare di far sentire la loro voce organizzando e proponendo -e cercando di diffonderne notizia sui social e sui vari gruppi privati- appuntamenti virtuali per manifestazioni di protesta e solidarietà non violente.

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