Il capoclan Ciro Rinaldi, detto my way o anche mauè

La conversazione intercettata durante un colloquio a Poggioreale: se dico che ho venduto la droga per conto dei Reale, sono in pericolo

«In carcere, da dentro, è tutta un’altra cosa, devi stare attento», spiega Antonio G. alla compagna, Anna P. I contenuti del colloquio, che avviene nella casa circondariale di Poggioreale, finiscono agli atti dell’inchiesta, che qualche settimana fa è scaturita in una maxi-operazione contro i principali clan di San Giovanni a Teduccio.

E’ l’otto febbraio del 2016, Antonio racconta alla consorte che all’interno del carcere è stato avvicinato da altri detenuti, che – evidentemente affiliati a organizzazioni contrapposte al clan Reale – gli hanno chiesto se lui fosse effettivamente inserito in quel gruppo camorristico. Ma lui, temendo per la sua incolumità, ha cercato di ridimensionare il proprio coinvolgimento nell’attività di spaccio per conto di «quelli di dietro alla cappella» (zona in cui, appunto, si trova la «roccaforte» dei Reale).

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Il detenuto racconta alla compagna, che a Poggioreale hanno picchiato già alcuni soggetti affiliati alla cosca e ha paura che la cosa possa ripetersi anche con lui. «I Reale, qua dentro, li vogliono sterminare tutti», dice. «Noi, domenica ci siamo incontrati tutti quanti in chiesa, abbiamo parlato e io ho dichiarato quello che facevo, nel senso che ho fatto quello che ho fatto (venduto droga per i Reale, ndr) ma solo perché stavo ai domiciliari, io non facevo parte di quella situazione».

Le raccomandazioni alla compagna

E si raccomanda con la donna di limitare i rapporti con chiunque sia vicino al gruppo di «dietro alla cappella. Stoppa quell’amicizia. Buongiorno, buonasera e basta». «Troviamoci con le stesse parole, pure se qualcuno chiede a te. Quelli sono i miei compagni, a cui voglio sempre bene, ma io non sto con quella famiglia», ribadisce Antonio. Che poi parla anche dell’amicizia che è nata in carcere, con un cugino del boss Ciro Rinaldi, alias Maué.

«Abita alle Case Nuove e mi ha detto: “Dimmi cosa ti serve, ti faccio io la spesa”», dice il detenuto alla compagna. In realtà si tratta di una sorta di protezione. «Io ho risposto che non mi serviva niente, e gli ho pure detto: se qualcuno fa lo scemo con te (ti manca di rispetto o ti vuole aggredire, ndr), non ti preoccupare, ci sono pure io e gli schiattiamo la testa».

Per ingraziarsi i Rinaldi, il detenuto – racconta alla compagna – si farà fare in carcere un tatuaggio sull’avambraccio sinistro. «Mi hanno portato la macchinetta per fare i tatuaggi, nella stanza (…) Adesso mi faccio fare il “nome” di questi, qua sul braccio», afferma. E con il «il nome di questi», Antonio si riferisce, presumibilmente, al tatuaggio con il numero «46» che indica l’appartenenza al clan Rinaldi.

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