La 'rendita' mensile del boss (foto di repertorio)

Le tariffe per il servizio reso agli imprenditori che dovevano rientrare del denaro, si attestavano sul 50% della somma totale da riscuotere  

Poche ore di «lavoro» (nel caso in oggetto, un paio, al massimo); secondo i riscontri investigativi, a volte bastava appena un incontro con la persona «insolvente», per costringerla a mettersi in regola con i pagamenti. E’ il recupero crediti, uno dei comparti più remunerativi per il clan Fabbrocino. Dalle intercettazioni allegate a una informativa di polizia giudiziaria, emerge come in una occasione, per il «servizio di mediazione» (o di intervento), la cosca di San Giuseppe Vesuviano arrivi a far entrare nelle sue casse la somma di 200mila euro. Dal contenuto del dialogo tra due affiliati di vertice (intercettati a giugno del 2009) si evince che «l’organizzazione operava subentrando nel rapporto creditorio e sostituendosi nelle pretese del soggetto (molto spesso imprenditori della zona) che avrebbe dovuto riscuotere e mettere all’incasso il titolo di credito, facendo poi leva sulla specifica capacità intimidatoria per ottenere la riscossione del quantum debeatur».

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«Si evince altresì – è scritto nero su bianco nell’informativa – che tale operazione prevedeva un significativo ritorno economico per l’organizzazione la quale tratteneva per sé una parte della somma che il debitore, altrimenti, era evidentemente rassegnato a non ottenere più». Siamo, di solito, su una percentuale del 50%, da ritoccare – aumentandola a favore del clan, ipotizzano gli inquirenti – quando ci si trovasse davanti a «missioni» particolarmente complicate, o da portare a termine fuori dal territorio di competenza. In questo ultimo caso, il clan Fabbrocino avrebbe dovuto tenere conto anche del «regalo» da presentare alla cosca «residente» e quindi la tariffa per il recupero crediti era destinata ad aumentare.

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