Paolo Mancuso
Il procuratore Paolo Mancuso
di Giancarlo Tommasone

Nella sua carriera quarantennale il procuratore Paolo Mancuso, memoria storica della Dda, si è trovato a confrontarsi con diversi fenomeni generati dalla criminalità, la maggior parte dei quali, di altissimo spessore, ma questa delle baby-gang è una emergenza che il magistrato inquadra come nuova.
Procuratore Mancuso, a cosa si può ascrivere la nascita e il proliferare di bande formate da giovanissimi? 
«Partiamo dal presupto dell’anomalia urbanistica di Napoli, metropoli dal cuore degradato. E’ una questione atavica, che certo non scopriamo oggi. La periferia preme continuamente sulla città e sull’area considerata ‘borghese’. In queste zone, tagliate fuori dal centro, nascono e si sviluppano con facilità gruppi di scontenti, gang di giovanissimi».
Quali i loro obiettivi?
«Non ne hanno. A tredici o a quattordici anni, come ancor di più a dieci, si reagisce esclusivamente alle emozioni. La logica principale che aggrega i ragazzi che capitano in tale contesto, è quella del branco. Alcuni agiscono con atteggiamento di rivalsa, altri con la tentazione costante di affermarsi come leader del gruppo di cui fanno parte. Non si può parlare di strategie da seguire o di obiettivi da raggiungere. O meglio ciò che ispira le cosiddette baby-gang, è qualcosa ad ampio raggio, motivazioni che vanno affrontate soprattutto sul terreno sociale».
Il ministro Minniti durante il summit sulla sicurezza, ha ipotizzato diverse misure da mettere in campo a Napoli, per contrastare il fenomeno; tra esse anche quella di togliere la patria potestà ai camorristi. Lei, cosa pensa, al riguardo?
«La ritengo un’idea alquanto estrema. Lasciando stare la questione della patria potestà, ritengo che i cento poliziotti vadano accompagnati da 100 maestri di strada. Bisogna offrire un’alternativa ai giovani, qualcosa che sia attrattivo come può essere lo sport, l’attività dei volontari nel coinvolgere i ragazzi a rischio in laboratori culturali, di teatro, musica. Qualcosa che li renda partecipi e protagonistiNon basta organizzare doposcuola. Lasciano il tempo che trovano. Bisogna attuare un tipo di controllo sociale, con grande mobilitazione di impegno da parte di tutti. Perché finora la risposta delle istituzioni è stata tardiva o quantomeno non appropriata».
Quale il peso di Gomorra e dei social su quanto sta avvenendo a Napoli?
 «Il problema Gomorra esiste e non va sottovalutato. Si tratta di un cattivo esempio, soprattutto se a guardare la serie, sono bambini nemmeno di dieci anni. Se ne deve parlare, per filtrare il messaggio che – è sotto gli occhi di tutti – è negativo. Alla cosa si aggiunga che spesso viene vista da giovanissimi, senza alcuno che fa da mediatore, e tutto ciò dà adito all’emulazione da parte di chi non ha esempi positivi per attuare confronti. Discorso diverso va fatto per i social. I ragazzi che li utilizzano per mostrarsi in atteggiamenti da boss, non hanno alcuna paura della repressione. Si preoccupano esclusivamente della loro immagine. Non possiamo vietare i social, sarebbe inutile, una guerra persa in partenza. Possiamo però dare delle immagini positive a cui appellarsi e da seguire. Dobbiamo combattere sul loro territorio, ma bisogna offrire delle alternative valide. E questo, va fatto, lo ribadisco, con l’impegno di tutti, anche dei vicini di casa. Naturalmente a monte deve esserci l’impegno delle istituzioni».