Una operazione dei carabinieri a San Giovanni a Teduccio (foto di repertorio)

LA MALA DELL’AREA EST Il riciclaggio operato dai malavitosi di San Giovanni a Teduccio, gli affari univano anche famiglie in contrasto tra loro

«Anche se sono coinvolti diversi clan in contrasto tra loro, trattandosi di affari, non succede niente. Il sistema è questo: se ci sono dei soggetti di San Giovanni a Teduccio o di altri quartieri che sono specializzati nel campo dei carburanti sotto il profilo illecito, il clan si rivolge a loro e chiede o il pagamento di una somma a titolo di estorsione, con cadenza trimestrale, oppure l’inserimento del clan nel giro di affari». E’ quanto fa mettere a verbale il collaboratore di giustizia Umberto D’Amico, il 20 novembre del 2019.

Le dichiarazioni sono allegate agli atti della maxi-inchiesta che nelle scorse settimane si è abbattuta come uno tsunami sui gruppi camorristici dell’area orientale (con l’esecuzione di 37 misure di custodia cautelare). Il racket dei carburanti, secondo i riscontri investigativi e le dichiarazioni dei collaboratori, avrebbe avuto un duplice scopo: quello di riciclare i proventi illeciti provenienti dal traffico di stupefacenti; e quello di creare nuovi investimenti e fonti di guadagno.

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In tale ambito, secondo gli inquirenti, ruolo di primo piano avrebbe avuto Giuseppe Savino (tra gli indagati dell’inchiesta in oggetto), che è ritenuto «soggetto che pur essendo legato alla famiglia Formicola, grazie alla sua specializzazione, si occupa degli investimenti dell’illecita attività riguardante i carburanti, anche per altre organizzazioni».

Il ruolo di Pasquale ‘o pezzotto

D’Amico fa il nome anche di un tale Pasquale, alias ’o pezzotto (non indagato nell’inchiesta in oggetto, ndr). «Si occupava di droga e poi ha utilizzato i soldi per commettere reati nel campo del traffico di gasolio e del riciclaggio attraverso false fatturazioni», dichiara il pentito. Che aggiunge: «Ha varie società, ultimamente stava scaricando la benzina nel porto di Livorno (…) Ha riciclato i soldi della droga (…) Mio zio voleva entrare in società con lui e gli dava la caccia, ma non ci è mai riuscito. Abita (in un paese del Vesuviano) e siamo andati pure sotto casa sua a cercarlo. Sotto casa sua c’è una pompa di benzina, volevamo dargli fastidio per costringerlo a fare affari con noi».

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