Il defunto boss di Castellammare di Stabia, Michele D'Alessandro

Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gennaro Avella nel corso dell’ultima udienza del processo Sigfrido: il tentativo di corrompere un giudice

Una tangente da 200 milioni di lire per cercare di corrompere un giudice della Cassazione, che avrebbe dovuto decidere sul destino del padrino Michele D’Alessandro, fondatore della cosca stabiese con quartier generale al Rione Scanzano. La circostanza emerge nel corso dell’ultima udienza del processo Sigfrido, imbastito oltre venti anni fa contro la malavita di Castellammare di Stabia. A parlare ieri, collegato in videoconferenza da una località protetta, è stato il collaboratore di giustizia Gennaro Avella, che ha dichiarato che alla fine degli anni Ottanta ci fu una riunione, in cui si discusse della raccolta tra gli affiliati di 200 milioni di lire, da destinare a un giudice, che si aveva intenzione di avvicinare e provare a corrompere. Il piano del clan, però, non andò a buon fine. La notizia è stata riportata dal quotidiano Metropolis.