Il commento dell’ex parlamentare socialista Giulio Di Donato: il virus ha una dimensione globale ma attacca individualmente in modo arbitrario

di Giulio Di Donato

Il colera fu una vergogna, il terremoto una catastrofe, il Covid 19 una tragedia.

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Nel ’73 col vibrione finimmo nell’abisso del degrado peggiore non tanto o non solo per il contagio (dovuto alle cozze) o per i morti (qualche decina) quanto per la vergogna di una infezione che evocava ricordi lontani (da Leopardi morto di colera nel 1837, alla Serao, i fondaci, gli sventramenti, Nicola Amore) e le immagini tv delle file chilometriche per le vaccinazioni anche con le siringhe pistola dei marinai americani. Era il ‘73 ma sembrava il ’45, un secondo dopoguerra. Ci furono solidarietà umana, condanna nordista, accanimento e condanna politica contro la dc di Gava.

Nel novembre dell’80, il terremoto fu una vera catastrofe per le zone interne campane (interi paesini rasi al suolo) e basilische (77 morti a Balvano) lambì la Puglia e colpì Napoli: in tutto 2914 morti, 8848 feriti, 280 mila sfollati, 362 mila abitazioni distrutte. Un bollettino di guerra come per le Torri Gemelle. A Napoli morti, feriti (crollò un edificio intero a via Stadera a Poggioreale), sfollati e senzatetto. Pertini ed il grido di dolore “Fate presto” (Il Mattino) dettero colore e forza a miseria e disperazione in una Italia da poco uscita dal terrorismo. Governo lento, protezione civile assente, confusione, smarrimento e inconcludenza dei vertici dello Stato, sostituiti, nelle prime ore, da solidarietà e generosità di volontari, uomini e donne che si mobilitarono tra lacrime e rabbia. Durò a lungo l’opera di ricostruzione, la ferita forse ancora non si è rimarginata, molte le polemiche, presenti, of course, camorra e malversazioni nella fase successiva della ricostruzione quando la politica, che pure tra mille errori varò e realizzo piani di alloggi e infrastrutture decisive, non seppe difendersi da contaminazioni esterne e da auto contaminazioni.

Il Covid 19 è una tragedia. Non solo per morti e contagiati (molti di più che in un terremoto). Ha una dimensione globale ma attacca individualmente in modo arbitrario, i vecchi più dei giovani, gli uomini più delle donne, risparmia bambini e adolescenti, falcidia i nonni malandati, produce molti asintomatici, è iper contagioso e sfugge ancora ad una chiara e certa catalogazione. È una influenza più grave di quella stagionale? Una infezione che manda in tilt i sistemi immunitari dell’uomo, alcuni si ed altri no? O si tratta di un complotto di caste e case farmaceutiche, di centri di ricerca e di finanza ai danni del popolo? Siamo inermi, spaesati, smarriti e terrorizzati. E spesso ciò ci porta ad incretinirci. Siamo nelle mani di virologi e mass media che ci allarmano con dati pluriquotidiani, sospettiamo degli altri pure in famiglia, la mascherina è il fragile muro che segna la nostra salvezza con la separazione dall’altro. Davanti al virus ci sentiamo e siamo più vulnerabili costretti a rinunciare agli affetti a cambiare abitudini a subire l’isolamento a vivere (e a morire) in solitudine alla mercé di regole spesso cervellotiche e inefficaci e comunque necessarie, inevitabili. Assediati come una carovana di coloni texani dai Sioux, oggi sentiamo le trombe delle giunte blu che forse salveranno i nostri scalpi. Le forze globalizzate delle santa barbara scientifiche stanno arrivando. I vaccini. Ce la caveremo. Ma non dimenticheremo, almeno i più accorti, perché il Covid ha scoperto il nostro tallone di Achille. Eravamo a un passo dalla invincibilità. Arroganza, prepotenza, ingordigia, tra di noi e verso la natura, e un virus grande un millesimo di millimetro con uno spillover da un pipistrello che stava per finire nel piatto di un cinese di Wuhan ci è saltato nel naso e ha cominciato a decimarci. Noi sapiens dobbiamo abbassare la cresta e rivedere le tappe del nostro cammino.