Il boss della camorra, Giuseppe Polverino
Il boss della camorra, Giuseppe Polverino

La decisione del Tar Campania rigetta la richiesta dell’imprenditore Vincenzo Polverino (incensurato): confermata l’interdittiva antimafia

di Fabrizio Geremicca

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Vincenzo Polverino dovrà rinunciare, almeno per ora, al progetto di Otto Coste, ristorante gourmet che aveva in animo di aprire nell’autunno 2019 nel centro di Marano, al Corso Europa. Il Tar Campania, infatti, ha respinto il ricorso dell’imprenditore (incensurato) e figlio di Giuseppe, esponente di vertice del clan camorristico con interessi ramificati in molti settori, tra i quali l’edilizia ed il comparto alimentare, finalizzato all’annullamento della interdittiva antimafia che a marzo 2020 era stata emessa dal Prefetto di Napoli nei confronti di Heartbreaker, la società della quale Vincenzo Polverino è amministratore ed alla quale fa capo il ristorante che avrebbe dovuto avviare l’attività circa un anno e mezzo fa. Heartbreaker ha un capitale sociale pari a 12.500 euro suddiviso fra tre soci. Vincenzo Polverino detiene il 47 per cento delle quote ed è amministratore unico.


“Deve rilevarsi in primo luogo – argomentano i giudici del Tar Campania, prima sezione – che il provvedimento gravato non si fonda su di un un’unica tipologia indiziaria, trovandosi in esso riferimenti ai rapporti familiari con esponenti di clan, alle cointeressenze economiche, ai rapporti di convivenza, alle frequentazioni, di modo che le censure di parte ricorrente selettivamente appuntate su ciascuno dei numerosi indizi rilevati dalla convenuta Prefettura cercano di proporre una versione atomizzata e parcellizzata degli indizi raccolti dalla Prefettura, laddove la giurisprudenza anche di questa Sezione ha sempre evidenziato la necessità di una visione globale e organica del quadro indiziario”. Proseguono: “Nello specifico, il padre del socio di maggioranza della società ricorrente è anche un capoclan ed è incontestato che abbia interloquito con il figlio con riguardo all’apertura del ristorante, così mostrando di incidere anche nella concreta gestione dell’impresa. Le censure proposte sul punto da parte ricorrente sono chiaramente volte a sminuire il rilievo della circostanza, tendendo a ricondurre tale interlocuzione alla normale dialettica padre-figlio. Sennonché una tale contestazione potrebbe valere per qualunque genere di legame familiare, pervenendosi all’inaccettabile conclusione che ogni forma di frequentazione nel contesto familiare sia da leggersi come connessa ai soli profili familiari; peraltro, nel caso di specie il padre non si limita a prendere atto dell’iniziativa del figlio ma propone anche suggerimenti concreti relativi alla gestione (ad esempio reperimento di un nuovo locale)”. Né può affermarsi, sostengono le toghe del tribunale amministrativo, “che la detenzione in carcere del capoclan costituisca elemento ostativo all’esercizio dell’influenza criminale, atteso che tale circostanza può al più complicare le modalità di esercizio dell’influenza criminale, ma non spezza il legame tra il detenuto e la consorteria criminale. Peraltro i legami di parentela con esponenti riguardano anche il socio di minoranza che a sua volta è nipote del citato capo clan con ciò alimentando l’intensità del pericolo di condizionamento”.

La sede del Tar Campania


Non basta. Secondo i magistrati “emerge un congerie di carichi penali propri del rappresentante legale della società ricorrente, rapporti familiari con esponenti di elevato calibro criminale, di concreto coinvolgimento nella gestione dell’impresa, tutti puntualmente riflessi nel gravato provvedimento che dunque si presenta come immune a tutte le censure articolate da parte ricorrente, con conseguente reiezione del ricorso introduttivo e di quello per motivi aggiunti perché infondati”. Vincenzo Polverino, che a giugno incappò anche in una interdittiva antimafia relativa alla sua macelleria e che commentò all’epoca di subire una ingiustizia e di pagare il prezzo di legami familiari che nulla avevano a che fare con le sue iniziative imprenditoriali , potrà cercare la rivincita al Consiglio di Stato.
L’interdittiva antimafia, provvedimento di carattere amministrativo finalizzato ad interrompere i contratti tra aziende indiziate di condizionamenti malavitosi e la pubblica amministrazione, da qualche tempo può colpire anche le società le quali, pur non avendo contratti con la pubblica amministrazione, necessitino di autorizzazione amministrativa per svolgere la propria attività. E’ appunto, tra i tanti, il caso dei ristoranti. La novità è stata introdotta con una modifica al codice antimafia e su di essa per due volte si è pronunciata la Consulta, che non ha ritenuto ci siano profili di incostituzionalità.