L'arresto di Mario Fabbrocino, scovato dagli agenti della Dia in Sudamerica il 3 settembre del 1997. Il boss è deceduto il 23 aprile del 2019

I camorristi intercettati mentre parlano di uno dei due reggenti del clan Fabbrocino

L’ordine, stando a quanto afferma il boss intercettato, era arrivato proprio dal padrino Mario Fabbrocino (deceduto il 23 aprile del 2019). Prima di essere catturato e di finire al 41 bis, ’o gravunaro aveva deciso di affidare la gestione del clan a due reggenti, che nelle intenzioni, avrebbero dovuto collaborare per la crescita dell’organizzazione criminale. Uno è dell’hinterland nolano, e quindi bene conosce la realtà del territorio, l’altro, invece, è ercolanese, e quindi più distante anche dal comprendere certe dinamiche. Il boss di Ercolano, ben presto, comincia a sgarrare. «Questo scemo non dice mai niente, loro fanno i soldi e noi ci prendiamo i guai, tentano addirittura di inventarsi. Hai capito qual è il fatto? Non puoi fare la testa di legno con me, ma a questo chi lo sa, chi lo conosce?», afferma intercettato – parlando con un suo stretto sodale, una sorta di consigliere – il «collega» dell’ercolanese, insieme a lui alla guida del clan, e che mal digerisce quanto si sta verificando. A un certo punto della conversazione, il boss «autoctono», tiene pure a precisare che essendo l’altro «di Ercolano, non ha la padronanza del territorio. Ma poi, vogliamo mettere chi sono io e chi è lui, ma questi chi li conosce?». «Ma poi, non ho capito: uno dà a un altro il paese nostro», afferma il consigliere. E il boss conviene con lui: «Esatto, uno (di fuori) non può nemmeno reggere a questa cosa». Alla fine della conversazione, emerge la proposta dell’omicidio dell’ercolanese, fatta dal consigliere. «Lo vogliamo uccidere?», dice. E il boss gli risponde: «Ma chi è questo? Non è nessuno», facendo intendere al suo sodale, che nel caso il si uccidesse il «rivale», gli si darebbe «pure importanza».