A sinistra il boss Raffaele Amato e a destra Cesare Pagano

I boss Amato e Pagano volevano uccidere un affiliato sospettato di essere un confidente delle forze dell’ordine sulla base di una soffiata di un poliziotto corrotto

Non solo droga, ma anche sangue. E piombo. Il piombo dei proiettili. La storia della camorra di Scampia è fatta di soldi e di orrore. Di morti ammazzati, di vendette atroci e di sentimenti di empietà. Come racconta, in un verbale del 13 giugno 2014, il pentito Biagio Esposito, ex affiliato al clan Di Lauro e poi passato nelle fila degli Scissionisti. Spiega, per prima cosa, il progetto di attentato di Gennaro Marino di “pilotare un elicottero telecomandato che poteva alzare un paio di chili di tritolo che avrebbero dovuto colpire la casa di Paolo Di Lauro” per ammazzare lui e i suoi figli. Piano poi mai messo in pratica. Esposito illustra, inoltre, le motivazioni dell’agguato a un affiliato alla cosca degli Scissionisti di nome Carmine D’Ario, soprannominato ‘o mellone. “Ho saputo che ‘o mellone era confidente delle guardie di Roma per come dettomi da Cesare Pagano da loro informatore romano che era un appartenente alle forze dell’ordine”. Dunque, continua Esposito, “essendo un confidente andava ucciso”. C’è anche un altro motivo, però: “Carmine D’Ario non andava d’accordo con Elio Amato”, fratello del boss Raffaele Amato. “Tale fatto lo appresi direttamente da D’Ario nel corso di un nostro incontro a Poggioreale mentre eravamo in attesa di fare il nostro colloquio con gli avvocati”. Il collaboratore di giustizia spiega ancora che “Cesare Pagano mi disse che lui e suo cognato Raffaele Amato lo volevano uccidere” e “l’agguato venne consumato da due giovani entrambi morti ammazzati ossia Giuseppe Grassi e ‘o Mocillo, ossia, Luigi Magnetti”.