venerdì, Agosto 12, 2022
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Il clan voleva seppellirlo per un amore proibito: l’affiliato agli Abbinante va dai pm e collabora

Terremoto nella mala di Scampia, il «miracolato» Luigi Rignante decide di pentirsi dopo essere scampato all’agguato: tremano i «sistemi» del rione Monterosa e dello Chalet Bakù

Nel giro di pochi mesi la sua vita è stata letteralmente stravolta. Prima ha rischiato di essere assassinato e sepolto dal suo stesso clan per un movente passionale, dopo di che, quando i suoi (quasi) sicari sono stati assicurati alla giustizia e il suo nome è diventato di dominio pubblico, ha deciso di lanciarsi a capofitto tra le braccia dello Stato. Luigi Rignante, affiliato al clan Abbinante di Scampia, ha deciso di collaborare con la giustizia. Del “miracolato” sembrava essersi persa ogni traccia già da alcune settimane, ma in realtà Rignante non si era allontanato da Napoli per sfuggire a una possibile vendetta della cosca con base tra il rione Monterosa e lo Chalet Bakù: no, Rignante stava già rendendo le prime dichiarazioni ai pm dell’antimafia. Una mossa, anticipata oggi dal quotidiano “Il Mattino”, che rischia adesso di avere pesantissime ripercussioni sulle sorti degli Scissionisti.

Il nome di Rignante era balzato alla ribalta della cronaca alla fine di giugno, quando la polizia ha tratto in arresto alcuni esponenti di punta del clan Abbinante, a partire dallo storico boss Antonio. I vertici della cosca, dopo aver appreso che uno dei propri affiliati, Luigi Rignante, aveva intrecciato una relazione clandestina con la moglie di uno degli storici capipiazza  della cosca, Luigi Mari, attualmente detenuto, avevano deciso di eliminarlo e farne sparire il cadavere. L’assassinio era stato deciso ed era stata persino scavata la fossa dove occultare il cadavere: nelle campagne di Marano. A salvare la vittima designata sono stati cinque provvedimenti di fermo disposti dalla Dda di Napoli ed eseguiti dalla Squadra mobile nei confronti di altrettante persone ritenute al comando del clan del Monterosa e del Bakù.

I destinatari dei provvedimenti erano il boss Antonio Abbinante, suo nipote Raffaele e altre quattro persone: Antonio Esposito (figlio del boss Giovanni “’o muort”), Salvatore Morriale, Paolo Ciprio (l’unico dei sei inizialmente resosi irreperibile) e Arcangelo Abbinante, anche lui nipote di Antonio e, come Raffaele, elemento di spicco del clan. A quest’ultimo, preso a Villaricca, viene contestata l’associazione per delinquere di tipo mafioso, ma non il tentato omicidio, che invece, viene ritenuto sussistente per i restanti cinque. Stando a quanto emerso dalle indagini, condotte in tempi rapidissimi tra marzo e aprile scorsi, a pronunciare la sentenza di morte era stato il boss Antonio Abbinante, che si trovava ai domiciliari e che, secondo quanto emerso dall’attività investigativa, dopo la sua scarcerazione aveva irrigidito ulteriormente il tenore delle decisioni.

Una guida, la sua, dove la linea del terrore era prevalente. Ed è proprio nell’ambito di questo giro di vite che lo storico ras del Monterosa avrebbe disposto l’omicidio dell’affiliato. Per “lavare” l’onore del suo uomo in carcere e scongiurare rivelazioni compromettenti, non ha esitato a decretare la morte di quello che veniva considerato l’amante della moglie del suo affiliato. La polizia e la Dda sono riusciti a intercettare l’intento ma in un primo momento non l’identità della futura vittima. E, infatti, è stato necessario un notevole e ulteriore sforzo investigativo per scoprire il nome del condannato a morte. Una volta acquisita l’identità, forze dell’ordine e magistratura hanno fatto capire agli indagati di essere sulle loro tracce, con una serie di perquisizioni domiciliari che però non hanno sortito gli effetti desiderati. Ripresisi dalla sorpresa, infatti, gli indagati hanno ripreso a progettare l’omicidio, come nulla fosse successo. Rignante doveva essere infatti attirato in una trappola con la scusa di una convocazione per un presunto incontro chiarificatore nel luogo dov’era stata preparata la fossa. Poi l’omicidio con un colpo di pistola alla testa e il seppellimento. Gli esecutori del delitto, su mandato di Antonio Abbinante, sarebbero dovuti essere Salvatore Morriale e Antonio Esposito.

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