giovedì, Agosto 11, 2022
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Il clan Moccia e lo «scontro» con la Sacra Corona Unita

Un investimento in Puglia ha rischiato di far insorgere problemi con la mala locale

L’investimento realizzato in Puglia poteva costare molto amaro al clan Moccia. C’è stato un attimo che si è sfiorato lo scontro con i clan della Sacra Corona Unita. A raccontarlo è l’ordinanza che ad aprile scorso ha colpito il clan afragolese. Tutto è partito quando l’imprenditore Francesco Di Sarno, su mandato di Antonio Moccia ha acquistato un’azienda pugliese che era finita nel mirino anche di un gruppo imprenditoriale rivale.

Tra l’imprenditore locale e Di Sarno «per quanto in rapporti commerciali, si stavano comunque sviluppando una certa rivalità soprattutto dopo l’acquisizione della SOLOIL s.r.l. da parte di Di Sarno a discapito proprio dell’imprenditore pugliese il quale, interessato a subentrare al mercato salentino sino a quel momento gestito dalla società barese, aveva avviato già da tempo una trattativa per la Soloil srl» scrivono gli inquirenti.

In realtà i contrasti erano già iniziati prima «quando Di Sarno aveva preso a sottrargli la clientela nel Salento». Da alcune intercettazioni ambientali gli inquirenti hanno scoperto che l’imprenditore contestava a Di Sarno che alcuni suoi incaricati stavano andando presso alcuni clienti di Gallipoi e di Lecce per accaparrarseli. «Tra gli stessi interlocutori – si legge ancora nel provvedimento- emergeva il risentimento che l’imprenditore locale e il cugino nutrivano soprattutto nei riguardi Mario Salierno che stava sistematicamente danneggiano la loro azienda nella zona salentina».

I finti litigi tra le file dei Moccia

In un’altra conversazione intercettata Di Sarno «falsamente informava l’imprenditore locale di litigi in atto proprio col Salierno per questioni inerenti la gestione dei rispettivi clienti, mentre in realtà Salierno stava operando contro gli imprenditori su specifico ordine di Di Sarno, il quale, forte anche degli accordi con la criminalità organizzata locale (i Soleti di Sandonaci) puntava alla loro estromissione dal mercato».

Per ritorsione l’imprenditore leccese denunciava «presunte irregolarità degli impianti di Carmiano della Soloil Italia srl, cui seguivano alcune verifiche presso i locali dell’azienda» tentando di sollecitare «l’attenzione delle Autorità anche attraverso alcune denunce nei confronti del gruppo afragolese». Una denuncia per minacce e lesioni personali. Tutti questi avvenimenti Di Sarno li raccontò a un referente del boss Moccia.

Dall’altro lato, gli impreditori locali decisero di rivolgersi alla criminalità organizzata egemone in quel territorio ed in particolare a un elemento di primo piano della Sacra Corona Unita della provincia leccese. In una telefonata intercettata «Salierno riferiva al Di Sarno che a seguito di uno scatto fotografico che lo stesso Salierno aveva fatto in quella mattina versomilmente a un automezzo di pertinenza dell’azienda pugliese era stato contattato telefonicamente dal figlio dell’imprenditore pugliese il quale, in compagnia dell’esponente della Sacra Corona Unita, lo invitava a raggiungerlo presso un bar della cttà di Lecce in maniera tale da poter discutere anche alla presenza delluomo».

L’inganno dell’esponente della Sacra Corona Unita

Il Salierno, intuito l’inganno, «poiché si era falsamente presentato come un potenziale cliente, declinava l’invito. Tuttavia subito dopo veniva contattao dall’amico del figlio dell’imprenditore (l’esponente della Sacra Corona Uita) che insisteva per incontrarlo lamentandosi dell’attesa». Salerno decideva a sua volta «d’investire del problema il cognato» di un altro esponente di primo piano della mafia locale il quale rassicurava Salierno «sul fatto che non avrebbe avuto problemi con l’altro esponente».

Francesco Di Sarno rendendosi conto «che la situazione cratasi nel Salento era potenzialmente pericolosa dal momento che veniva coinvolto un esponente di rilievo della criminalità organizzata salentina, motivo per il quale decideva di rivolgersi, per il tramite di Pasquale Credendino, ad Antonio Moccia per ricevere indicazioni» per la gestione «dei rapporti senza mettere in pericolo gli investimenti che il clan aveva realizzato in Puglia, precisando di aver stretto preventivamente alleanze con i vertici delle singole consorterie mafiose proprio per salvaguardare gli interessi economici del gruppo in quell’area». Terminata la discussione con Di Sarno, Credendino si diresse «presso l’abitazione di Antonio Moccia» per chiedere il suo intervento decisivo.

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