(Nella foto il defunto boss Feliciano Mallardo)

Blitz all’alba, sigilli a beni mobili e immobili dal valore complessivo di oltre 20 milioni di euro: nel 2012 era stato accusato insieme al padre di concorso esterno

di Luigi Nicolosi

L’impero economico dell’Alleanza di Secondigliano è sotto assedio. Questa mattina beni per oltre 20 milioni di euro, riconducibili al commercialista di Giugliano, Alfredo Aprovitola, ritenuto vicino al clan camorristico dei Mallardo, sono finiti sotto sequestro tra Campania e Lazio. I finanzieri del comando provinciale di Napoli, al termine delle indagini effettuate sotto il coordimento della Direzione distrettuale antimafia, hanno apposto sigilli – tra le province di NAPOLI, Caserta, Frosinone e Latina – a un centinaio di beni tra fabbricati, terreni, quote societarie, autovetture, nonché numerosi rapporti finanziari. Il commercialista coinvolto è Alfredo Aprovitola, 52 anni. Imputato a piede libero, il 17 settembre dello scorso anno era stato condannato in primo grado a sette anni di carcere dal tribunale di Napoli.

ad

Quello di Aprovitola è ormai da qualche tempo un volto più che noto ai fascicoli giudiziari e alle pagine di cronaca. Il suo nome balzò alla ribalta nel 2012, insieme a quello del padre Domenico, detto “Il collacotore”, dopo essere stato tirato ballo dal pentito Tommaso Froncillo. I due colletti bianchi in odore di mala gli Aprovitola avrebbero, ferma restando la presunzione di innocenza fino all’eventuale condanna definitiva, ricoperto un ruolo fondamentale nella gestione dei flussi economici del clan Mallardo. Alfredo avrebbe consentito di alleggerire i bilanci della cosca dalle spese di mantenimento delle famiglie di affiliati detenuti o deceduti, ottenendo per parenti e mogli degli esponenti false assunzioni e conseguenti indennità di disoccupazione, soprattutto grazie al fatto di essere un ex funzionario dell’ufficio provinciale di collocamento della sezione di Giugliano.

Le aziende venivano individuate e poi costrette ad accettare le assunzioni: per un periodo queste persone percepivano lo stipendio, ma senza lavorare, poi venivano licenziate ottenendo anche l’indennità di disoccupazione. Sempre per conto del clan, “Il collocatore” sarebbe riuscito ad imporre alle aziende anche l’assunzione di detenuti che, in questo modo, ottenevano gli arresti domiciliari. Il commercialista, anch’egli accusato di concorso esterno, avrebbe invece contribuito alla gestione delle aziende riconducibili al clan, in particolare bar e hotel. Avrebbe anche aiutato il clan a imporre forniture di calcestruzzo e caffè, quest’ultimo prodotto in particolare da una ditta riconducibile ai nipoti del defunto boss Feliciano Mallardo. Nell’inchiesta rimasero coinvolti anche due esponenti di punta di Forza Italia, Luigi Cesaro e l’allora consigliere regionale Michele Schiano.

Riproduzione Riservata