venerdì, Ottobre 7, 2022
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Il clan della 167 allo sbando: «Estorsioni da 100 euro, avevamo solo debiti»

L’ex boss Pasquale Cristiano rivela la crisi finanziaria della cosca e l’origine dello scontro con i Monfregolo: «Ci saremmo attirati solo l’ostilità del paese, gli straccia la lista delle vittime»

di Luigi Nicolosi

Un clan allo sbaraglio sotto il profilo “dirigenziale” e con forti problemi di “cassa”. Sarebbe stata questa la situazione con la quale si è ritrovato a dover fare i conti il boss Pasquale Cristiano nel momento della sua ultima scarcerazione. Proprio quella situazione di crisi, alla quale si è ben presto aggiunta la fibrillazione interna con il gruppo Monfregolo, avrebbe di lì a breve scatenato l’ultima faida di Arzano e Frattamaggiore. A rivelare l’inedito retroscena è oggi proprio Cristiano, alias “Pick Stick”, da poche settimane passato dalla parte dello Stato: «Avevo lasciato un fondo cassa di 30mila euro al momento del mio arresto e circa 40mila euro di droga. Io pensavo che potesse addirittura essere cresciuto il fondo cassa. Invece non trovai proprio più niente».

È il 28 luglio scorso quando Pasquale Cristiano, capo del clan della 167 di Arzano, rende agli inquirenti della Dda di Napoli un lungo e circostanziato interrogatorio. L’ex boss ripercorre, tappa dopo tappa, la crisi finanziaria da cui la sua cosca sarebbe stata travolta durante, ma anche dopo, la sua detenzione: «Il 7 aprile 2020 sono stato sottoposto ai domiciliari. Cosa del tutto inaspettata per i Monfregolo che pensavano di poter sfruttare il momento. Sono uscito nel lockdown, in un periodo critico per Arzano. Avevo lasciato un fondo cassa di 30mila euro al momento del mio arresto e circa 40mila euro di droga. Io pensavo che potesse addirittura essere cresciuto il fondo cassa. Invece non trovai proprio più niente. Addirittura debiti: per forniture di droga, per il noleggio delle autovetture e addirittura con i negozi di abbigliamento o alimentari». Insomma, il quadro era a dir poco “nero”.

Per l’allora capoclan le cattive sorprese non erano però ancora finite: «L’8 aprile è stato scarcerato anche Davide Pescatore, che si lamentò che in tutto il periodo della mia assenza non aveva ricevuto la mesata ed era stato trascurato. Lui disse anche che, in quanto era uno dei miei primi affiliati, non avrebbe accettato di stare sotto a Mariano Monfregolo. Lo tranquillizzai dicendo che c’ero io e che dovevamo assestarci».

Si tenne così un summit nel corso del quale l’ex boss si rese definitivamente conto dello stato di difficoltà in cui versava il clan: «Mariano Monfregolo venne a casa mia con Antonio Caiazza e Mario D’Aria, ci appartammo e mi illustrò la situazione dicendomi che praticamente non era rimasto nulla di soldi e avevano solo debiti e problemi. Mi disse però di aver creato la piazza di spaccio di o tumor, della quale voleva prendersi il merito, e di aver fatto una nuova lista delle estorsioni. Mi fece vedere una lista di 20-25 nomi ma con quote di cento, massimo 200 euro. Il totale non arrivava neppure a 3.000 euro. Gli dissi che non era proprio nulla e avrebbe solo attirato l’ostilità del paese. In quel momento gli straccia la lista». La resa dei conti era dietro l’angolo.

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