Raffaele Amato al momento del suo arresto
Il boss degli Scissionisti, Raffaele Amato

Prima importatore di tonnellate di hashish dalla Spagna in Italia, poi mediatore con i cartelli sudamericani per l’acquisto di colossali partite di cocaina e – infine – capo assoluto di una holding criminale con sede a Secondigliano e ramificazioni in tutt’Italia e all’estero. Una struttura tentacolare, che ha monopolizzato il mercato della vendita della droga al dettaglio nella provincia di Napoli.

I pentiti che ne hanno parlato, lo descrivono come un boss carismatico, capace di mediare, all’occorrenza, e dalla grande esperienza criminale. Di lui si occupano, per la prima volta, i giornali il 27 gennaio 2001, quando i poliziotti lo arrestano in un albergo a Casandrino, dove – secondo gli investigatori – avrebbe dovuto incontrare trafficanti olandesi e tedeschi, per l’acquisto di sei chili di cocaina proveniente dall’Olanda, nascosti in un ruotino di scorta.

ad
Il boss Paolo Di Lauro al momento dell'arresto
Il boss Paolo Di Lauro al momento dell’arresto

Lo stupefacente aveva un valore di ottocento milioni di lire. Il Tribunale del riesame, però, lo scarcera dopo una quindicina di giorni, perché non c’era la prova che Raffaele Amato fosse in contatto con loro, al di là di ogni ragionevole dubbio. Nei tre anni successivi, il padrino consolida la sua rete internazionale di contatti, acquisendo un sempre maggiore potere all’interno della cosca di Paolo Di Lauro, seriamente danneggiata dall’inchiesta della procura antimafia del settembre 2002, che costringe Ciruzzo ’o milionario alla fuga. Un potere che, evidentemente, infastidisce non poco il figlio del boss, Cosimo Di Lauro, che lo accusa di aver intascato il provento della compravendita di una partita di cocaina, del valore di tre milioni di euro, obbligandolo ad espatriare e a rifugiarsi in Spagna, da dove organizza e coordina la faida contro i suoi ex soci in affari. Inizia così la stagione del terrore e delle stragi, a Secondigliano.

A gennaio viene catturato Cosimo Di Lauro e quattro settimane dopo, tocca al capo degli «spagnoli». Lo intercettano i carabinieri e la Guardia civil, il 27 febbraio del 2005, davanti all’entrata del casinò municipale di Barcellona dopo aver perso 6 mila euro al tavolo di black jack. Era in compagnia di cinque guardaspalle. In galera, però, Amato non resta molto. Scarcerato per un vizio di forma, a un anno esatto dalla data di arresto, si dà nuovamente alla macchia, continuando a gestire una organizzazione che conta centinaia di uomini stipendiati: spacciatori, vedette, killer, fiancheggiatori, custodi e trafficanti.

Cosimo Di Lauro al momento del suo arresto

Coinvolto nell’inchiesta «C3» e destinatario di un nuovo ordine di carcerazione, ’o Lello (com’è conosciuto all’anagrafe di camorra) viene segnalato in Francia, Inghilterra e Giappone. A chi gli dà la caccia, sembra imprendibile. Alla fine, il 17 maggio 2009, i poliziotti della Squadra mobile di Napoli lo bloccano dopo un inseguimento durato cinquanta chilometri, a Malaga. L’estradizione del padrino, qualche tempo dopo, impegnerà trenta agenti di scorta e un elicottero di appoggio. C’era il pericolo di un attentato nei suoi confronti.

I magistrati della Dda di Napoli gli contestano anche alcuni omicidi, risalenti a quindici anni prima, che si inserirebbero nella faida di Mugnano, che vide contrapposti il gruppo di Antonio Ruocco e il clan di Ciruzzo ’o milionario, cui – a quel tempo – Amato apparteneva.

Tempo addietro, quando era ancora uno dei trafficanti al servizio del boss Paolo Di Lauro, il telefono era costretto comunque a utilizzarlo, seppur con le dovute attenzioni. Al cellulare, si faceva chiamare «Michele il napoletano». Dieci anni dopo, distrutta l’organizzazione di Ciruzzo ’o milionario e conquistato il potere criminale a Secondigliano, Raffaele Amato diventerà ancor più sospettoso nei confronti della tecnologia, come racconta il pentito Antonio Pica, a proposito delle precauzioni che il boss degli «scissionisti» adottava in vista degli incontri con i suoi uomini di fiducia: «Amato ci chiese di prendere tutti i cellulari in possesso dei ragazzi sulle piazze di droga per un totale di duecento, trecento cellulari minimo…». Il pericolo era che l’eccessiva loquacità di qualcuno potesse mettere le forze dell’ordine sulla giusta traccia per arrivare a lui.

Le ferree disposizioni del padrino «scissionista» riguardavano non solo le prevenzioni da far adottare agli affiliati sull’uso delle utenze telefoniche (di cui erano responsabili gli stessi capi-piazza, chiamati a punire quanti si fossero permessi di trasgredire l’ordine), ma anche le intercettazioni ambientali. È sempre Pica, infatti, a rivelare che due tecnici («ognuno dei quali ricompensato con 1500 euro a operazione») effettuavano periodiche «bonifiche» contro cimici e apparecchiature elettroniche capaci di registrare suoni e immagini nei covi in cui si riunivano affiliati e responsabili dei turni di spaccio.

Antonio Prestieri, invece, ricorda un incontro con il boss, nel corso del quale gli fu mostrato «uno strumento che portava due antenne in grado di segnalare, senza intercettarle, tutte le telefonate effettuate nel raggio di un chilometro», in grado – anch’esso – di individuare microspie che trasmettevano i segnali sulla linea telefonica. I vertici del gruppo degli «spagnoli» avevano disponibilità, inoltre, di cellulari criptati che rendono particolarmente complesse le attività di spionaggio delle conversazioni (ce ne sono numerosi modelli, in commercio, a prezzi di partenza intorno ai 2mila euro), perché si appoggiano su linee diverse da quelle classiche (Tim, Vodafone, 3, Wind).

È stato inoltre accertato che Amato acquistò, nel corso di una fiera a Londra, aperta ai dirigenti dei servizi segreti di Israele, Germania e Stati Uniti, un apparecchio, del costo di 150mila euro, utilizzato per annichilire, in un raggio abbastanza ampio, i segnali elettrici provenienti da radio, cellulari e microspie.

Si racconta che, agli inizi della carriera criminale, Raffaele Amato avesse deciso di segnare, con un proprio simbolo, i panetti di hashish da 250 grammi che importava dal Libano e dall’Afghanistan. Un simbolo, un “brand” commerciale si direbbe nel campo della pubblicità. E l’immagine scelta da Amato, all’alba degli anni Novanta, era uno scorpione. Sotto quest’insegna, il boss diventa il “ministro del Commercio internazionale” della holding criminale di Secondigliano: non molto tempo dopo, l’incontro con i grandi trafficanti colombiani lo catapulta nel business che conta. La cocaina. Dalla Spagna inonda di polvere bianca i ghetti controllati dal clan, che macina guadagni stratosferici. Si muove tra Madrid e Barcellona, senza grossa difficoltà. Impara la lingua e le usanze locali. Il cartello dello scorpione, ormai, non ha rivali sulla piazza partenopea. E lo scorpione inizia a diventare un simbolo, un segnale di appartenenza che gli affiliati più giovani esibiscono con orgoglio sui muscoli o sulle targhe delle auto, dove – accanto ai numeri e alle lettere identificativi – spunta la sagoma affusolata del silenzioso killer del deserto.

Cesare Pagano e il budget da 300mila euro per gli affiliati

Il ruolo di suo cognato, Cesare Pagano è molto delicato e investe non solo il lato militare dell’organizzazione, ma anche quello commerciale. È sempre Giuseppe Misso jr a sottolineare: «Quando già era terminata la faida di Scampia, Cesare Pagano venne messo in contattato con Salvatore Torino da Salvatore Cipolletta, compare di nozze di Nicola Torino. Egli venne alla Sanità diverse volte accompagnato da Salvatore Cipolletta e si recò a casa di Salvatore Torino per accordarsi con quest’ultimo circa la consegna di 20/25 chili di cocaina al mese, accordo per il quale ci fu il nostro beneplacito».

Il boss Cesare Pagano, al momento del suo arresto era inserito nella lista dei 30 latitanti più pericolosi

Sullo spessore criminale di Pagano, interviene anche il collaboratore di giustizia Andrea Parolisi, che nell’interrogatorio del 24 gennaio 2007 conferma i rapporti esistenti tra il clan degli «spagnoli» e i Lo Russo di Miano: «Ho appreso da Cesare Pagano che “i capitoni so’ frat a noi” e che, dopo il dicembre 2006, gli accordi hanno previsto che gli scissionisti, dopo aver fatto arrivare la droga dalla Spagna – settore nel quale sono i numeri uno – ed aver rifornito le proprie piazze, tutto il resto dell’enorme quantitativo lo vendano ai capitoni i quali se la vedono da soli per il rifornimento delle loro piazze e per la vendita ai vari clienti, clienti che prima erano degli scissionisti. Per darle un’idea dell’enorme guadagno derivante dal commercio di tutta questa droga posso portare ad esempio che alla fine della cosiddetta stagione 2006 (dopo l’estate 2006) mi venne regalata una quota di 30.000 euro da Cesare Pagano il quale faceva le divisioni dei soldi, contenuti in 2-3 grandi buste di carta riciclata, proprio davanti a me. Parlando inoltre con gli altri ragazzi abbiamo fatto un calcolo che solo «per i guaglioni» la stagione 2006 aveva consentito di ripartire 200/300.000 euro».

Gennaro Marino e la taglia da 150mila euro

Gennaro Marino è stato considerato, dagli inquirenti della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, il capo dell’ala militare del clan degli «scissionisti», durante la faida di Secondigliano. Ex fedelissimo del boss Paolo Di Lauro, si unì a Raffaele Amato – anzi, secondo alcuni pentiti sarebbe stato egli stesso a fomentare la rivolta – nella guerra contro i figli del padrino di via Cupa dell’Arco. Responsabile della piazza di spaccio delle Case celesti, che fruttava – stando alle parole del collaboratore di giustizia Maurizio Prestieri – un guadagno per Ciruzzo ’o milionario di almeno trecento milioni di lire a settimana, Marino venne coinvolto nel 1993 nelle indagini su un quadruplice omicidio, avvenuto a Melito nell’ambito del conflitto tra i Di Lauro e il gruppo di Ernesto Flagiello, per la gestione delle aree di smercio della droga nell’hinterland nord della città. Uscito indenne dall’inchiesta, riesce a evitare anche la prima grande retata contro la cosca, che – con il padrino in fuga – lascia l’organizzazione nelle mani di Cosimo, Ciro e Marco Di Lauro.

Gennaro Marino
Gennaro Marino

Il 24 novembre 2004, viene catturato in un blitz del commissariato Scampia all’interno di un appartamento al tredicesimo piano di un edificio, in via Fratelli Cervi. Con lui, alla riunione, ci sono – tra gli altri – Gennaro e Raffaele Notturno e Arcangelo Abete. In pratica, mezzo stato maggiore del gruppo ribelle.

Arcangelo Abete
Arcangelo Abete

Tutti finiscono in manette con l’accusa di armi e associazione camorristica. Il sospetto degli investigatori è che quel summit dovesse servire a pianificare l’offensiva finale contro i Di Lauro, per sterminarli con le bombe a mano e i fucili mitragliatori.

Raffaele Notturno
Raffaele Notturno

Marino – conosciuto con il soprannome di Genny Mckay a Secondigliano – trascorre in galera la parte più feroce della battaglia, nel corso della quale perde, per mano dei killer nemici, il cugino Massimo e il padre Crescenzo, ammazzati nel giro di tre settimane l’uno dall’altro.

Gennaro Notturno
Gennaro Notturno

Nel corso delle indagini sulla faida, si scoprirà che Cosimo Di Lauro aveva messo una taglia di 150mila euro sulla testa di Gennaro Marino.

(1-continua)

Riproduzione Riservata