giovedì, Agosto 11, 2022
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«Il Camorrista», la storia del film che ha creato il mito cinematografico di Cutolo

Finzione e realtà si intrecciano nella pellicola diretta nel 1986 da Giuseppe Tornatore, basata sul libro di Joe Marrazzo, sulla figura del boss della Nco, di cui esiste una versione di cinque ore che nessuno ha mai visto.

di Francesco Monaco.

Joe Marrazzo, Tullio Pironti, Giuseppe Tornatore, Nicola Piovani, Ben Gazzara. Cosa avevano in comune (ma sarebbe più giusto dire hanno, perché l’arte non muore mai) tutti questi artisti, nei loro rispettivi campi, è presto detto. Senza di loro, non ci sarebbe stato uno dei film più iconici della storia del cinema: “Il Camorrista”. Pellicola che ha consacrato l’allora giovane regista, alla sua prima opera, esaltata dalla colonna sonora del premio Oscar con ‘La vita è bella’. Ma che nasce, per i pochi che non lo sapessero dal libro “Il camorrista – vita segreta di don Raffaele Cutolo”, scritto da Joe Marrazzo, giornalista campano che negli anni Ottanta accese i riflettori, con alcuni reportage, sui fenomeni malavitosi, suscitando scalpore anche per alcune interviste proprio al capo della Nuova Camorra Organizzata. A pubblicare il libro fu l’editore Tullio Pironti, altro genio della cultura napoletana e non solo, scomparso a 84 anni proprio nei giorni scorsi.

Distribuito nel circuito cinematografico italiano il 12 settembre del 1986, il film costò 4 miliardi di lire e venne confezionato in due versioni di metraggio diverso: quella per il grande schermo, querelata e ritirata dai cartelloni ad appena due mesi di distanza dalla sua prima, e quella estesa per la televisione, della durata di cinque ore, mai andata in onda. La pellicola fu poi nuovamente ridistribuita nelle sale, ottenendo un discreto successo sia di pubblico (fu il 58º maggior incasso della stagione cinematografica 1986-87) che di critica. Tanto che Tornatore vinse il Nastro d’argento come miglior regista esordiente e Leo Gullotta il David di Donatello come migliore attore non protagonista. La prima visione TV è stata nella prima serata di Rete 4 di domenica 20 marzo 1994, quasi otto anni dopo la sua uscita al cinema. Da quel giorno è diventato un vero e proprio cult sulle reti campane, in particolare quelle napoletane, che continuano a trasmetterlo almeno una volta a settimana in maniera ininterrotta da anni.

Nonostante il film si chiuda con la sconfitta del Professore di Vesuviano (Cutolo era di Ottaviano, ma nessun personaggio mantiene il nome del proprio riferimento nella realtà), abbandonato dai suoi sodali e dai politici con cui aveva fatto affari nel tempo, è indubbio dire come abbia contribuito a creare il mito di Raffaele Cutolo. Ancora oggi le battute più iconiche sono ripetute alla perfezione e non solo da chi nel 1986 ha potuto vedere la pellicola al cinema. Anzi. Sono proprio i più giovani a conoscere frasi come “‘O Malacarne è un guappo di cartone!”, oppure “Dicitancéllo ô Prufessore: io nun l’aggio tradito! E mo facite ambressa…”. Quest’ultima pronunciata da Nicola Di Pinto, che interpreta il personaggio di Alfredo Canale, fedelissimo che il Professore farà uccidere. Proprio in una recente intervista, l’attore ha raccontato come a Napoli non di rado venga fermato per un selfie con l’immancabile richiesta di ripetere quella battuta.

Ma chi è Alfredo Canale? Come detto, nessun personaggio mantiene il nome reale della figura a cui si rifà la storia cinematografica. Ma, analizzando bene gli accadimenti e conoscendo i fatti accaduti a Napoli e non solo in quel periodo, anche grazie all’aiuto del libro di Marrazzo, non è difficile identificarli.

A cominciare proprio dal personaggio interpretato da Di Pinto, il cui alias è Antonino Cuomo, detto ’o maranghiello, nella realtà capozona di Castellammare di Stabia per la Nco, e figlioccio del fondatore della Nuova camorra organizzata. Anche lui sarà ucciso in carcere. Proseguendo nella carrellata troviamo il commissario Iervolino, interpretato magistralmente da Leo Gullotta, che si ispira al capo della squadra mobile di Napoli, Antonio Ammaturo, ucciso a Piazza Nicola Amore a Napoli, dalle Brigate rosse (mentre nel film resterà solo ferito). Frank Titas è ispirato a Francis Turatello, boss della mala milanese degli anni settanta, ucciso nel carcere di Badu ‘e Carros, in Sardegna, in maniera molto efferata. All’omicidio parteciperà anche Pasquale Barra, per anni fedele soldato proprio di Cutolo, il cui personaggio nella finzione cinematografica prende il nome di Gaetano Zarra. Altra figura molto importante è quella di ‘o Malacarne, che si rifà al boss Antonio Spavone, detto ‘o Malommo. Così come Rosetta Cutolo, sorella del capo della Nco, diventa Rosaria. Mimmo Mesillo è l’immagine in celluloide dell’assessore campano Ciro Cirillo, esponente della Dc, rapito dalle Brigate rosse, e poi liberato anche grazie all’intercessione del Professore.

Infine Ciro Parrella, il cui personaggio è uno dei motivi per cui lo stesso Cutolo chiese il sequestro del romanzo di Marrazzo. Questo perché dietro la figura interpretata da Luciano Bartoli, si celano le imprese criminali (e i rapporti con la parte più oscura dello Stato) di Vincenzo Casillo. Ucciso, secondo il giornalista e la versione cinematografica, per volontà dello stesso Cutolo, il quale si è sempre dichiarato estraneo rispetto alla morte del suo “amico più caro”. Il 14 ottobre 1988, durante un processo a carico della NCO per l’omicidio Cappuccio, consigliere comunale di Ottaviano, il boss annunciò pubblicamente la sua richiesta di sequestro del romanzo e denunciò la non veridicità dei fatti riportati.

Mossa che non è riuscita a scalfire il successo di pubblico nei confronti di un film che nel 2016, a 30 anni dall’uscita nelle sale, è tornato al cinema. A dimostrazione della sua immortalità.

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