venerdì, Maggio 20, 2022
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Il boss scambiò i poliziotti per killer e svenne

LA STORIA DELLA CAMORRA – Per rianimarlo fu necessario l’intervento della guardia medica.

Puoi essere un superboss della camorra, uno dei più temuti sul panorama criminale italiano, puoi anche essere affiliato a Cosa nostra e avere amici potenti. Ma un malavitoso, di qualunque caratura sia, dovrà fare sempre i conti con la morte e convivere con la paura di essere ucciso da un clan rivale. E per Michele Zaza deve essere stato lo stesso visto quanto capitò il 18 giugno del 1981. Per spiegare bene la vicenda bisogna però fare una piccola parentesi. In quegli anni è in atto una sanguinosa guerra di camorra tra la Nuova famiglia, di cui faceva parte Zaza, e la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. Una guerra che causò migliaia di morti tra camorristi e vittime innocenti. Una lunga scia di sangue che terrorizzò sia comuni cittadini che «addetti ai lavori».

E fu probabilmente la paura di finire ammazzato che spinse il pericoloso capoclan a lasciare Napoli, dove poteva contare su due abitazioni, una a Mergellina e una a Posillipo, e fare la spola tra la città partenopea e Roma fino al 18 giugno quando venne arrestato dopo una lunga latitanza.

Un vertice per dirimere le controversie

Che Michele Zaza, detto «Michele ‘o Pazzo» o «o re di Napoli», come lo chiamavano i suoi fedelissimi, fosse a Roma, gli agenti della squadra mobile lo sapevano ormai da una settimana. Al dottor Gianni Carnevale, il funzionario che all’epoca condusse l’operazione, era giunta notizia che il ‘boss della camorra era alloggiato presso un elegante albergo del quartiere Parioli e che frequentava abitualmente locali notturni e lussuosi ristoranti.

Il funzionario aveva anche saputo, però, il motivo della sua presenza a Roma: un vertice della camorra stava per essere organizzato nella capitale, forse allo scopo di dirimere le controversie tra le varie organizzazioni. La speranza della polizia era quella di intervenire a summit iniziato, e di catturare, in un sol colpo, oltre a Zaza, vari esponenti di rilievo della malavita organizzata napoletana. Ma all’improvviso arrivò il contrordine. Si era saputo infatti che il boss aveva acquistato un biglietto aereo per gli Stati Uniti. Che il vertice fosse stato rinviato o spostato di città poco contava, era necessario agire subito per bloccarlo.

L’operazione e lo svenimento di Michele Zaza

Zaza fu seguito all’uscita di un ristorante e visto salire a bordo di una Volkswagen insieme con un amico. Appena l’auto imboccò una strada stretta, gli agenti a bordo di tre fiat 500 la bloccarono. Zaza – pur essendo protetto da un giubbotto antiproiettile – fu preso dal panico. Pensava che fosse un regolamento di conti, che a bordo delle vetture ci fossero i killer di Raffaele Cutolo. Gli agenti lo tirarono fuori dalla vettura semisvenuto. Per rianimarlo, subito dopo l’arrivo in Questura, fu necessario l’intervento della guardia medica. Risvegliarsi negli uffici della squadra mobile, per Zaza, fu una piacevole sorpresa.

Con lui, che era colpito da quattro ordini e un mandato di cattura della procura e del tribunale di Napoli (associazione per delinquere, contrabbando, esportazione di valuta per una decina di miliardi di lire) fu arrestato anche un suo amico, con una lunga serie di precedenti penali per reati contro il patrimonio, che fu accusato di favoreggiamento personale. Secondo la polizia il boss lo aveva assoldato come gorilla. L’auto a bordo della quale è stato arrestato apparteneva, invece, a una società a responsabilità limitata che faceva capo a un altro esponente della malavita napoletana che dopo la cattura dell’amico, preferì rendersi irreperibile.

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