La sala colloqui di un carcere (foto di repertorio)

Il camorrista intercettato in carcere mentre parla con la moglie, e critica la linea adottata dal difensore

L’avvocato è considerato troppo «pessimista» dal boss, c’è bisogno di un difensore più giovane, ma anche più attivo nell’interfacciarsi con il giudice, nel senso «che almeno deve andarci a parlare, e questo ancora non si muove». E’ quanto emerge da una conversazione intercettata in carcere, a Poggioreale, e che avviene tra un camorrista del clan Fabbrocino (finito in cella per armi) e la propria consorte (che si è recata nel penitenziario per il colloquio settimanale). L’avvocato – spiega il malavitoso – vorrebbe presentare l’istanza degli arresti domiciliari dopo qualche mese di detenzione. Ma il boss non ci sta, secondo la sua linea, il legale difensore «deve andare a parlare con il giudice… gli fa presente che magari (si possono dare all’arrestato) anche i domiciliari in un paesino a 200 chilometri (da dove risiede)». «Così a uno non lo senti più, quello se ne sta lontano e non si mette nei casini e si sconta quanto si deve scontare», spiega alla moglie.

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«Tanto è come la galera, possono pure controllarti tutto il giorno. Da lì nessuno vuole scappare», spiega ancora il malavitoso, che, è evidente, non ha la minima intenzione di passare in carcere anche pochi mesi, e preme affinché sia presentata l’istanza per i domiciliari. «Gli arresti domiciliari, quella è galera (a tutti gli effetti)… tu non puoi fare niente… ti possono controllare 24 ore su 24. Quando quello (si riferisce presumibilmente, al giudice, ndr) ha la certezza che tu non vai a fare niente… che tu non  incontri  nessuno, non vedi nessuno, hai capito? Stando a casa, uno mica vuole andare in galera un’altra volta?», afferma il boss.

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