Antonio Lo Russo e il padre, Salvatore

LA STORIA DELLA CAMORRA Le dichiarazioni di Salvatore Lo Russo: la passione del rampollo dei capitoni per azzurri e calcio

E’ noto, oltreché per la militanza di anni, nel clan che il padre, Salvatore Lo Russo, aveva guidato (prima del pentimento), anche per la passione per il calcio e per la maglia del Napoli. E’ Antonio Lo Russo, rampollo dei capitoni di Miano, che nel 2016, seguendo le orme del genitore, è passato a collaborare con la giustizia. La febbre azzurra, oltre a portarlo a sostenere la squadra sia nell’impianto di Fuorigrotta (hanno fatto il giro del mondo le foto che lo immortalano a bordocampo in quello che fino a due mesi fa era lo stadio San Paolo, ndr) che in trasferta, lo avrebbe spinto anche a frequentare spesso tesserati della squadra partenopea.

In particolare, fa mettere a verbale Salvatore Lo Russo, nel corso di un interrogatorio di inizio 2011, «era legato a un calciatore, che però, se non ricordo male, dopo aver litigato col mister, venne impiegato raramente». Si tratterebbe (il condizionale è d’obbligo), secondo le dichiarazioni rese da Lo Russo senior, di un calciatore che ha vestito la maglia del Napoli dal 2003 al 2007, quindi, nel periodo più buio del club, quando galleggiava tra Serie B e Serie C, «inferno» in cui cadde dopo il fallimento della società. «Questo calciatore – racconta al pm, Salvatore Lo Russo – è anche venuto, in veste di invitato, al matrimonio di mio figlio».

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Circa la passione di Antonio Lo Russo per il calcio, il padre Salvatore, spiega pure, che il figlio avrebbe strutturato una squadra tutta sua, «il Miano, che militava in Seconda categoria, e che vinse anche il campionato, come mi disse mio figlio quando venne a colloquio da me, che ero detenuto». Tornando alla fede azzurra di Antonio Lo Russo, va ricordato anche il rapporto di amicizia che lo legava al calciatore argentino Ezequiel Lavezzi (acquistato dal Napoli nella stagione 2007-2008, quando gli azzurri tornarono in Serie A), conosciuto come el Pocho. Sentito come testimone a dibattimento, il giocatore sudamericano raccontò di aver giocato alla Playstation con Lo Russo junior. E specificò: «Non sapevo fosse un camorrista, per me era solo un ultrà. Veniva a casa mia perché in Argentina è normale avere rapporti con i calciatori». Poi il camorrista tifoso si è pentito.

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