Il reggente del clan intercettato mentre racconta di un affiliato passato a collaborare con la giustizia

Il reggente del clan proprio non riesce a mandare giù che un collaboratore di giustizia stia parlando e «inguaiando i comparielli». Si tratta di tale Michele A., e grazie alle sue dichiarazioni, i magistrati inquirenti sono riusciti a squarciare un velo sulla organizzazione malavitosa dei Fabbrocino, clan originario di San Giuseppe Vesuviano. «Gli altri  vanno a finire  in galera e gli altri  vanno  a fare (i pentiti). E ora, da dove è uscito questo Michele? Nessuno lo  voleva a quello… era una guardia, veramente», afferma intercettato, il boss, che si trova  a discutere con la moglie e con un affiliato. Il citato Michele, stando al tenore e al contenuto della conversazione captata, è considerato dal camorrista, un personaggio da sempre «vicino alle guardie, un carabiniere». E per tale motivo – dice il malavitoso – sarebbe stato tenuto lontano dai vertici del clan, anzi ai suoi margini. «Questo, adesso, da dove è uscito questo carabiniere? Perché  non si mette la divisa addosso?», sottolinea ancora il malavitoso.

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Differente invece, la considerazione che del collaboratore di giustizia, hanno i magistrati e gli investigatori, che utilizzano il pentito come «grimaldello» per accedere ai «segreti e alla struttura del clan». Il boss, sempre nel corso del dialogo intercettato, teme per la sua sorte (dal punto di vista giudiziario) e per quella degli affiliati, anche in seguito alle voci che si sono diffuse in paese. «Tengono a noi sotto (ci intercettano)? Si parla nel paese, se ne  parla (si riferisce alle accuse fatte durante gli interrogatori da parte dei  pentiti, ndr)», afferma il boss.   

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